23 gennaio 2020

Prendere gli avversari a pesci in piazza (il nemico del mio nemico)

Tutti quanti, durante la nostra carriera scolastica, ci siamo chiesti, presto o tardi, a cosa diavolo servisse la storia. Fra le risposte più gettonate c'era la sempre verde "a non ripetere gli errori del passato".
In cuor nostro, tutti abbiamo pensato che lo scopo fosse quindi quello di insegnare che valicare le Alpi con degli elefanti potrebbe essere un'impresa complicata, ma caricarli sul traghetto di Schettino potrebbe essere un'alternativa peggiore al problema.

Quando si arriva alla storia moderna, che in molti casi è ancora cronaca, i parallelismi diventano molto più semplici da fare.
Uno di questi, riguarda la strategia politica del considerare il nemico del proprio nemico come un alleato.
Nel secondo dopoguerra, gli americani sostennero l'Iraq contro l'Iran, a sua volta sostenuto dai russi, e finanziarono e armarono i Talebani per contrastare le mire dell'URSS sull'Afghanistan. I russi ed il comunismo erano i nemici, chiunque li contrastasse era per loro un prezioso alleato.
Come queste presunte alleanze si siano torte contro gli stessi americani, dovrebbe essere noto a tutti.

Un movimento popolare, in Italia, si scagliò contro la corruzione di Berlusconi e dei suoi fedelissimi al governo. Un giornalista fece loro da spalla, combattendo la stessa battaglia sugli stessi argomenti.
Dalla sinistra politica, molti elettori hanno cavalcato l'onda del dissenso in chiave giustizialista, pensando di aver trovato un alleato fresco fresco. In pochi, nel popolo abbagliato dalla sua crociata, si sono posti domande sulla parte propositiva di quel movimento, per capire se fossero o meno compatibili con gli ideali di base.
Non lo erano, evidentemente, ma erano il nemico del loro stesso nemico, quindi erano amici.

Ancora in meno si accorsero che il giornalista in questione si dichiarasse apertamente  seguace/fedelissimo di Montanelli, giornalista dichiaratamente di destra, che quando criticò il "Berlusconismo", lo fece proprio da destra, forse unico nel panorama dell'epoca.
Poteva una persona del genere essere un amico? In circostanze normali ogni persona, anche poco ragionevole, avrebbe voluto scavare un po' più a fondo, ma il miraggio di aver trovato un occasionale alleato in una battaglia che sembrava destinata ad essere persa, ha porto i più a sorvolare sui dubbi. Molti, addirittura, non se li sono neppure fatti e sono passati direttamente alla santificazione.

Ora il giornalista segue coerentemente la sua strada, che non ha più grandi punti di contatto con il popolo di sinistra che l'aveva osannato, mentre il movimento... beh, quello è andato al governo con la Lega.
Era tutto chiaro, bastava volerlo vedere. Non c'è stata ipocrisia o finzione, giusto un po' di marketing ben studiato e una narrazione volta ad esaltare le vicinanze rispetto alle lontananze, per abbindolare le masse*.

Potrei continuare con gli esempi, sia internazionali che di politica interna, ma credo sia piuttosto chiaro il punto.

Cosa ci insegna tutta questa "storia" contemporanea?
Che il nemico del mio nemico è il nemico del mio nemico. Punto. Potrebbe essere un amico, potrebbe essere un altro nemico, potrebbe essere semplicemente altro da me, senza una relazione particolare.
Il fatto di avere lo stesso avversario non si porta dietro nessun'altra implicazione sul rapporto fra le parti, soprattutto se ci si limita ad una battaglia specifica.

Quindi il popolo delle Sardine, che si riunisce in piazza per protestare contro un leader dell'opposizione che cos'è? Dipende da dove lo si guarda.

Dal mio punto di osservazione, un po' più a sinistra dell'attuale sinistra parlamentare italiana, ma probabilmente meno di quella extraparlamentare, il movimento delle sardine è un movimento poco decifrabile, ma molto sospetto.
Non c'è una piattaforma politica propositiva condivisa a priori. Agli inizi, raccoglievano solo il dissenso contro Salvini e la Lega. La genesi sembra quindi simile a quella del Movimento 5 stelle, dieci anni dopo.
Una differenze salta subito all'occhio: le sedicenti sardine non c'erano, o erano completamente invisibili, quando Salvini era al governo. Sono saltate agli onori della cronaca quando è passato all'opposizione.
Un movimento popolare che protesta contro un leader dell'opposizione è fatto assai bizzarro. Puzza un po' di repressione, di caccia alle streghe o di squadrismo ben vestito.
A onor del vero, Salvini continua ad essere uno dei politici di riferimento del sistema politico italiano e per questo bersaglio degno di qualunque contestazione civile, ma resta l'anomalia di prendersela con una persona, che, di fatto, adesso non ha nessun potere oltre ad esprimere la sua (rivoltante) idea politica.

Sin qui, comunque, nulla da dire: le sardine si sono riunite intorno a un gruppo di persone e hanno deciso di prendere a pesci in faccia quello che reputano essere il loro nemico. Lui ha risposto coi gattini. Forse il dibattito socio/politico più alto degli ultimi 2 anni, a conti fatti.
Ancora una volta, ma in modo adesso ben più colpevole anche dall'alto, il problema resta la massa di persone che si è associata a un movimento che non conosce, che non è chiaro che piattaforma politica abbia, nel solo nome della lotta al nemico comune.
Anche su questo si potrebbe soprassedere, se non fosse che tante persone si riconoscono nelle sardine, si proclamano sardine, si sono innamorate del nemico del loro nemico, che hanno eletto a miglior amico per la vita, senza neppure conoscerlo.

La storia sta insegnando poco. Possibile? Sì, anzi peggio.
Il M5S aveva tenuto lontani i partiti, in un rigurgito di antipolitica che era un urlo di rivolta e un implicito manifesto politico (che tra l'altro credo che esaurisca completamente la parte propositiva aggregante del Movimento).
Le sardine no: loro hanno un obiettivo solo e circoscritto e strizzano l'occhio a tutti gli altri nemici del loro nemico. Non stanno facendo l'errore di credere che i vari partiti che adesso vanno a braccetto con loro, siano loro alleati: stanno facendo la spesa di seguaci fra persone frustrate che cercano una via di sfogo per la loro rabbia ormai irreprimibile.

I partiti, almeno quelli non di destra, si trovano costretti a giocare la parte degli amici delle sardine, per evitare che il popolino emigri in massa verso chi urla più forte.
Dubito che qualcuno dai piani alti sia veramente convinto che questi pesci lanciati in piazza contro un nemico puntuale, possano essere più che un occasionale rumore di fondo, ma tocca fare buon viso a cattivo gioco.
Del resto la maggior parte dei seguaci del M5S ha un percorso troppo simile per non farsi trascinare in una nuova avventura uguale, ma diversa, forse un po' peggiore nel metodo anche se, sempre forse, un po' migliore nell'assetto politico (sempre dal mio punto di vista).
Chi da sinistra si era mosso verso il M5S e poi se n'era distaccato quando era diventato troppo evidente e insormontabile la distanza ideologica, in larga misura è pronto a rifare lo stesso giro di giostra**.

Solo mesi dopo, a matrimonio già celebrato, plebiscito avvenuto e consenso incassato, arriva forse un manifesto politico, una posizione ufficiale, un'apertura ufficiale ai partiti e, udite udite, l'ipotesi di far diventare movimento politico un movimento di protesta. A chi interessa più? La storia è già nota, basterebbe averla studiata.

Si tratta solo della posizione di un pugno di persone che hanno un bastimento carico di sardine e non hanno paura a usarle: prenderanno a pesci in piazza il loro nemico, con il principale effetto di attirare tutti quelli che si illudono che il nemico del loro stesso nemico, sia il loro nuovo amico del cuore.





*Ovviamente c'è anche chi è veramente convinto di quella visione del mondo e l'ha sposata da subito per quello che era o chi l'ha cavalcata sin quando era comodo e poi è sceso dal carro quando non era più interessato. Si parla per categorie, non della storia dei singoli. Anche fra le categorie, solo una è di interesse per il mio racconto, le altre non influenzano in alcun modo la quesione.

** indubbiamente il fatto di essere passato da sinistra al M5S quando i partiti a sinistra erano una miriade per poi tornare a sinistra con un numero paragonabile di partiti e movimenti, ma quasi tutti diversi nei nomi e con le persone rimescolate a caso, non aiuta a mantenere salda la rotta delle proprie idee...

PS: volevo scrivere questo post da circa 2 mesi. Sono sempre stato svogliato. Ora lo faccio, forse più per ricordarmi, quando lo rileggerò fra un paio d'anni, quello che avevo visto arrivare. Sicuramente 2 mesi fa avrebbe avuto un altro effetto... pace.
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4 marzo 2018

Qui abita un antifascista

Di solito non partecipo alle ondate di buonismo collettivo su facebook: niente bandiere francesi, niente Je suis, niente bandiere della pace.
Non credo che queste forme superficiali di astratta solidarietà abbiano alcun valore.
Questa volta, invece, sto partecipando e mi sento anche di dover raccontare perché.



Ieri è successo a Pavia un gesto apparentemente innocuo*, che però mi ha colpito. Dei topi di fogna con l'uso delle mani**, hanno attaccato degli adesivi con al scritta "qui abita un antifascista" sulla porta di vari personaggi più o meno noti della scena politica/sociale antifascista locale.
Non conosco nessuno degli interessati e non personalizzo il gesto, ma credo anzi che l'aspetto più inquietante emerga astraendo il fatto in sé: delle persone sono state bollate pubblicamente per la loro appartenenza politica.

Ci sono varie possibili chiavi di lettura per il gesto: dall'intimidazione verso il singolo alla creazione di un clima diffuso di terrore (sempre le solite strategie), dalla necessità di visibilità mediatica al confronto di forze in campo. Al di là che credo che sia un gesto controproducente per il loro movimento da decerebrati, non credo che sia accettabile bollare le persone con questi metodi che ondeggiano fra lo squadrismo fascista e la minaccia mafiosa (strano, sempre in gruppo gli insetti).

Impossibile non pensare al triangolo rosso per identificare i comunisti durante il nazismo. Certo, è uno scenario lontano, ma un intento sin troppo evidente.

Come chi mi conosce ben sa, io non amo definirmi antifascista***, non perché ciò che sono non sia profondamente antifascista, ma perché non mi piace definirmi "in negativo", come cioè raccontare a cosa sono contro, invece che a cosa sono a favore.
Oltretutto non mi piace mettermi in gruppi che comprendono persone appartenenti a ideologie che disprezzo non meno del fascismo.

Non credo ne "il nemico del mio nemico è mio amico" e credo che chiunque non abbia vissuto gli ultimi 40 anni con fette di prosciutto molto spesse sugli occhi, si sia accorto di numerosi disastri che questa folle lettura del mondo ha portato (armare gli iraqueni contro gli iraniani, i talebani contro i russi, ...).

Oggi vengono per "loro" e non vanno lasciati soli. Del resto vengono sempre prima per noi, perché lo sanno che altrimenti non glielo lasceremmo fare.

"In Germania, vennero prima per i comunisti
e io non dissi niente perché non ero comunista;
poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista;
quindi vennero per gli ebrei
e io non dissi niente, perché non ero ebreo;
infine... vennero per me...
e in quel momento nessuno poteva più dire niente."
Friedrich Gustav Emil Martin Niemöller


E non glielo lasceremo fare.


* http://www.lastampa.it/2018/03/03/italia/cronache/a-pavia-case-di-antifascisti-marchiate-con-adesivi-ZCTfq7OAjpwjMxddyedjWN/pagina.html

** recentemente la mia bella m'ha fatto leggere questo articolo: https://www.ilpost.it/matteobordone/2018/02/27/meglio-ripetere/
Io non credo che il problema sia nell'uso dei sinonimi in sé, ma nella scelta dei sinonimi giusti da usare. Alcuni esempi corretti di sinonimi usabili per casa pound, forza nuova e altre formazioni neofasciste, aderenti alla realtà dei fatti, ma non per questo rassicuranti o sminuenti sarebbero: 
neofascisti, razzisti, criminali, pezzi di merda, topi di fogna, pantegane della politica, piaga sociale, sonno della ragione, pazzi violenti, intolleranti, figli della merda, incostituzionali, topi bipedi, dimostrazioni del fallimento del darwinismo, terroni che sognano di essere ariani.

*** Nonostante questo, sono antifascista. Indiscutibilmente.
... E sì, sono sostanzialmente anche (e ancora) comunista.

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1 settembre 2016

Fertility Day: come lo leggo io

Impazza la bufera sul Fertility Day, tanto che il sito è giù, escluso uno splash screen in homepage.
La campagna aggressiva del ministero della salute ha raccolto una quantità di critiche enorme. Che c'è di nuovo? In Italia quasi qualunque campagna comunicativa delle istituzioni viene lapidata nella pubblica piazza, sia quando è sbagliata che quando è giusta: del resto criticare è facile, visto che fare campagne perfette è impossibile, e c'è chi lo fa di professione riuscendo bene a farsi seguire dalle masse.
Detta così è ovviamente semplicistica.

Cosa dice la campagna del Fertility Day? Sin dal nome traspare che l'obiettivo primo non è la natalità ma la fertilità, anche se la natalità è sicuramente fra gli obiettivi secondari. Le critiche però sembrano aver riletto tutta la campagna come se fosse un invito alla procreazione, una sorta di "figli alla patria", di memoria fascista.

Prima ci capire il messaggio, bisogna partire dal dato: perché una campagna sulla fertilità? Perchè in italia nel 2012 ci sono stati 90mila interventi di procreazione assistita, di cui oltre il 60% a carico del servizio sanitario nazionale e comunque rientrano fra le spese deducibili ( http://www.tasse-fisco.com/persone-fisiche/quali-spese-mediche-deducibili-carico/4746/ ). Sempre nel 2012 il 2,2% dei bambini nati è passato attraverso la fecondazione assistita ( http://www.fecondazione-assistita.net/statistiche-e-dati-della-procreazione-medicalmente-assistita/ ). A leggere il dato riportato dallo stesso Fertility Day, 1/5 delle coppie ha problemi di fertilità. Cioè una coppia di amici ogni 5 ha questo problema. Il numero, col dovuto rumore dato dai piccoli numeri, mi torna.
I costi nelle strutture non sono facili da capire, ma si parla di valori che partono dai 2000 euro a trattamento e arrivano spesso a totali oltre i 10000. Viene da immaginare che al di là di chi paga, nel pubblico non possa costare molto meno, quindi di fatto stiamo parlando circa 500 mila -1 milione all'anno, più tutti quelli spesi all'etero, dato che non è facile da trovare con il tempo che posso investire nella ricerca.
Si tratta cioè di una spesa solo in Italia che assomiglia al 2% della spesa che andremmo a risparmiare per il senato con la riforma costituzionale proposta: varrà bene qualche volantino (è una provocazione, ovviamente, ma serve per dare l'idea).

Per chi ha fame di numeri, qui ce ne sono quanti se ne vuole: http://www.iss.it/rpma/index.php?lang=1&id=131&tipo=17

I soldi, però, non la vera spesa del problema fertilità, infatti non è possibile quantificare in denaro il disagio per una coppia che si sottopone al trattamento, spesso per periodi prolungati, con stress e disagi che implicano anche spese a loro volta non quantificabili. E questo percorso arriva dopo la frustrazione del non riuscire a farne a meno, del sentirsi diversi, inadatti, sbagliati.

Il costo economico è alto, quello sociale è altissimo*.

La campagna colpisce chiaro in quei punti dove fertilità e salute si sovrappongono. Lo fa così**:



Poi attacca l'accidia di chi lo vorrebbe ma preferisce farsi ancora una vacanza a Ibiza, sfoggiare un fisico perfetto o semplicemente lascia scorrere il tempo all'infinito:



Quella sul figlio unico è un po' feroce, ma sono solo io che ricordo persone che dicono frasi tipo: "vorrei avere quattro figli, ma non voglio iniziare da giovane tanto al giorno d'oggi si fanno figli sino a 50 anni".
Non manca poi l'importantissimo manifesto per spostare il focus dalle donne verso gli uomini, attaccando un machismo che spesso impedisce di identificare e risolvere il problema clinico, non sociale, anche se causato da quello sociale di una società drammaticamente maschilista:



Un po' come dire: "stronzo, non sei eterno e comunque non sei superman". Ecco, prima lo capiamo e meglio è.

Sin qui il messaggio è chiaro. Da notare e apprezzare la totale assenza della famiglia tradizionale dai messaggi, che segna un vero cambio di marcia della comunicazione in italia.
Non si parla mai della relazione fra i genitori: un passo avanti insperabile solo pochi anni fa, quando c'era il family day. Eppure sarebbe costato poco metterlo e avere l'appoggio di una comunità cristiana assai retrograda, ma numerosa e presente.
Onore al merito: il riferimento non c'è.

Però c'è un riferimento al bene comune e uno alla natalità (procreazione) che ha portato moltissimi a leggere il resto della campagna in questa chiave:


Per la verità, a volerle leggere per bene dicono che lo stato è al tuo fianco, la società pure, ma non fare il minchione: io nell'ultimo spot ci leggo un "non fare figli tanto per farli, la procreazione deve essere cosciente e responsabile", però effettivamente è opinabile.

Io nel fertility day ci leggo questo. Credo di essere abbastanza istruito da non aver ricevuto nessun messaggio utile da questi manifesti, ma credo che sia una buona iniziativa informare, anche con un po' di violenza. 

Io però non sono in target, visto che ho già 2 figlie. Ma chi invece il problema di fertilità ce l'ha già, magari oltretutto non causato da cattive abitudini (vedi il riferimento ad alcol e fumo)? Qui il messaggio fallisce, perché è totalmente assente il messaggio che lo stato è al tuo fianco***. 
E chi un figlio non lo vuole? In teoria la campagna non dice nulla a riguardo, dice che se lo vuoi è il caso che ci pensi da giovane (immagino l'obiettivo sia portare la media del primo figlio nuovamente entro i 30 anni, miraggio ormai lontano se non fosse per gli immigrati). In pratica però dicendo che è un bene comune, la campagna sottende che chi non vuole procreare, sta sottraendo qualcosa al paese. A onor del vero dice che la fertilità è un bene comune (e lo è, sia clinicamente che socialmente), non che lo sia la procreazione. 


Insomma formalmente la campagna è corretta, secondo me, ma presta il fianco alle critiche, che spesso però partono dalla volontà di leggere quello che si vuole leggere invece che quello che c'è scritto...




*dov'è questa gente su facebook, si chiederanno i soliti bontemponi amanti dei social? Per taboo, per cultura o per motivi personali di privacy, spesso non viene sbandierato il fatto di fare ricorso alla fecondazione assitita. Per trovare la voce immensa di queste persone bisogna andare nei blog di settore, dove non c'è l'associazione immediata fra utente e persona e non c'è il rapporto coi conoscenti e i parenti (entrambi spesso giudicanti, come se ci fosse una colpa...stramaledetta cultura cattolica).
Lì si vedono migliaia di thread che straripano di discorsi, Su facebook no, o solo su gruppi chiusi, dove non sono pubblici. Eccla questa minoranza silenziosa.

** le varie "cartoline" sono dei lanci per gli articoli di approfondimento sul sito, ma il sito è attualmente irraggiungibile a causa delle polemiche sulla rete.

*** del resto poco difendibile, visto che il supporto, che pur c'è, è nazionalmente inadeguato e solo alcune regioni sono veramenete a fianco del cittadino (toscana e lombardia in testa, ma non può essere un tema trattato a livello regionale).
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31 agosto 2016

Un pranzo e dei buoni commensali

Sono questi gli ingredienti che mi danno gioia e mi fanno sentire vivo, felice di essere in mezzo alle persone e lontano dalla gente. Raccontare cose senza senso mettendo nella condivisione del punto di vista il significato, scherzare su un mondo buffo come se non ci fosse quello amaro e poi con quel sorriso ancora impressi affrontare il lato brutto delle cose. Passare del tempo consapevolmente, invece che semplicemente invecchiare inconsapevoli, creare ponti e contatti, mescolare storie, attraversare incroci improbabili.
Guardare video stupidi alla televisione o parlare di zingari e razzismo. Scontrarsi per rimbalzare, scontrarsi per incontrarsi.
Selezionare i raccontastorie ma non la sceneggiatura, cambiare registro e mescolare le carte in tavola, Lasciarsi stupire dal diverso senza temerlo, spendere del tempo con grandi e bambini come se, per pochi attimi, fossero tutti membri alla pari della stessa tribù.

Mi piace preparare i momenti e poi non governarli, mi piace seguire il flusso di una buona situazione, mi piace sentirmi a mio agio nel poter dire le mia e anche nel non dirla. Mi piace quando un errore diventa uno scherzo, mi piace quando si può andare due parole troppo in là e poi recuperare. Mi piace anche non sapere dov'è il troppo ed esplorarsi sino a scoprirlo. Non sono mai stato buono a stare fra la gente, ma mi piace stare con le persone, mi piace quando pensano cose che io non penso, mi piace anche quando mi dà fastidio quello che pensano ma lo vivono in modo organico. Mi piace non sapere cosa aspettarmi e mi piace immaginare cosa pensano gli altri e vedere se indovino. Mi piace giocare a leggere le persone che conosci e anche quelle che non conosci. Mi piace ricredermi.

Mi piace farlo mangiando assieme, condividendo uno dei principali momenti animali. Mi piace parlare con le teste umane e condividere con loro gesti animali. Mi piace ricordarmi che non sono che una scimmia poco pelosa. Mi piace vedere chi si atteggia a non esserlo.

Mi piace ripensarci quando è finita, rielaborare le voci e rivivere i momenti. Mi piace poi stare per i cazzi miei o ridurre il contesto a pochissimi intimi, o anche no...
Ho bisogno anche di un circolo ristretto, ma amo allargarlo per qualche ora ed espandermi io stesso con esso, purché non si allarghi troppo, perché fra la gente mi perdo e non sto bene.

Questo mi serve per vivere bene, in prima istanza.

...e sì, anche del buon vino.
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30 agosto 2016

CORS, apache e jQuery, ovvero "il triangolo di ajax"

Cosa sono le chiamate CORS? 

Le chiamate CORS (cross-origin HTTP request) sono da sempre una bestia nera di cui il programmatore medio del web sa poco o niente.
Nella sostanza si classificano come chiamate CORS tutte le chiamate a servizi che risiedono su un dominio differente da quello della pagina che origina la chiamata.

Se dalla splendida homepage del mio sito:
http://miosito.mio/index.html
voglio chiamare un servizio sul server del mio amico all'indirizzo:
http://serverdelmioamico.suo/servizio.php

La chiamata tipica ad un servizio tramite ajax con jQuery è:
  $.ajax("http://serverdelmioamico.suo/servizio.php",
    {data:jsondidati,
     success:function(data){ //qualcosa col risultato}
  });

questa chiamata ricade nella categoria CORS.
Cosa significa? Che il browser la effettua, la chiamata arriva al server che la elabora e invia la risposta, il browser riceve la risposta e....la scarta.
Perché? Perché di default le chiamate CORS sono disabilitate dal browser e dal server, per motivi di sicurezza.


Come si abilitano le chiamate CORS?

Servono 2 interventi, uno sul client e uno sul server. Il client deve dichiarare di fare una CORS, il server deve acconsentire al client dicendo esplicitamente che acconsente alla richiesta.
Spezziamo quindi l'intervento in 2 parti.

Abilitazione sul client (jQuery)

Il client aggiunge un parametro che consente a jQuery la corretta gestione della chiamata, in termini di header inviati e gestione della risposta. La chiamata usata sopra a titolo d'esempio, diventa:

  $.ajax("http://serverdelmioamico.suo/servizio.php",
    {data:jsondidati,
     success:function(data){ //qualcosa col risultato},
     xhrFields: {withCredentials: true }
  });

Perché questo funzioni è opportuno usare almeno la versione 1.5.2 di jQuery, cosa che, di questi tempi, è assai probabile, ma in caso di vecchio codice da estendere potrebbe non essere scontato.

Abilitazione sul server (Apache)

Prima di tutto è indispensabile abilitare il modulo headers di apache (a2enmod headers su debian e ubuntu).
A questo punto la via semplice, se tutto funziona, è aggiungere un header sul server. Assumendo che si tratti di apache 2.4, l'operazione è piuttosto facile. Nel VirtualHost, o nel file ".htaccess" basta aggiungere la riga:

Header set Access-Control-Allow-Headers "*"

I dettagli sono qui (http://httpd.apache.org/docs/current/mod/mod_headers.html)*.
Nella sostanza questa riga imposta all'header della risposta una informazione che dice: non importa chi mi chiama, a me va bene comunque, browser caro, mostra pure la risposta.

Questa operazione apre il servizio a tutti i chiamanti, senza restrizioni. Per fare in modo che le chiamate siano limitate a quelle provenienti da pagine del server "http://miosito.mio/", la riga dovrà essere:
Header set Access-Control-Allow-Headers "http://miosito.mio/"

Giusto per stare sicuri si possono aggiungere queste 2 righe

Header add Access-Control-Allow-Headers "origin, x-requested-with, content-type"
Header add Access-Control-Allow-Methods "PUT, GET, POST, DELETE, OPTIONS"

Che dovrebbero essere autoesplicative, ma nel dubbio dicono che si permette l'accesso se la chiamata arriva con uno degli header e uno dei metodi elencati fra virgolette.

Purtroppo l'intreccio delle regole di chiamata fa si che questa base non sia sufficiente se vogliamo che il chiamante non sia limitato ad una sola origine (cioè se siamo nel caso in cui ci serve "*" invece di un nome server specifico).
La richiesta withCredentials infatti richiede che Access-Control-Allow-Headers abbia come valore il server d'origine e non un wildchar ("*"), ma togliendola il server non manda l'header per abilitare la CORS.
Quindi serve un piccolo sforzo in più lato server, una volta per tutte.
Il server deve leggere il,l'origine del chiamante (comprensivo di protocollo e porta) e usarlo per impostare l'header di risposta.
Questa operazione, apparentemente ardua, si risolve in realtà con uno sforzo piuttosto piccolo (a sapere come), basta tramutare la nostra riga in:

SetEnvIfNoCase Origin "https?://(www\.)?(.*)(:\d+)?$" ACAO=$0
Header set Access-Control-Allow-Origin %{ACAO}e env=ACAO

Questa diavoleria legge l'header Origin, controlla se ha l'aspetto indicato (che poi è qualunque cosa inizzi con http:// o https:// e mette il valore in una variabile (ACAO, visto l'amore degli informatici per gli acronimi).
L'header a questo punto viene impostato con il valore della variabile ACAO, che poi è quello dell'origine.

Giusto per stare sul sicuro si può aggiungere

Header set Vary Origin

agli header restituiti, che serve a gestire alcune situazioni piuttosto particolari, ma visto che male non ne fa, tanto vale averlo.

Il blocco complessivo diventa:

SetEnvIfNoCase Origin "http(s)?://(www\.)?(.*)(:\d+)?$" ACAO=$0
Header set Access-Control-Allow-Origin %{ACAO}e env=ACAO
Header add Access-Control-Allow-Headers "origin, x-requested-with, content-type"
Header add Access-Control-Allow-Methods "PUT, GET, POST, DELETE, OPTIONS"
Header set Vary Origin


Ultima nota: se si vuole aprire ad una serie di server e non a tutti, la riga del SetEnvIfNoCase deve essere modificata di conseguenza. Per fare un breve esempio, se vogliamo che a chiamare possa essere miosito.mio con tutti i suoi domini di terzo livello (es: test.miosito.mio, prova.miosito.mio, blog.miosito.mio, ...) e serverdimiocugino.suo con i suoi domini di terzo livello, la riga diventerà:

SetEnvIfNoCase Origin "http(s)?://(.*\.)?(miosito\.mio|serverdimiocugino\.suo)(:\d+)?$" ACAO=$0

Si tratta (come l'altra, del resto) di una espressione regolare, che si legge più o meno così:
http con o senza "s" seguito da "://", eventualmente qualcosa, ma se c'è deve essere seguita da un ".", (come potrebbe essere "www.", "test." o altro) seguito da miosito.mio oppure serverdimiocugino.suo, seguito eventualmente da un ":" e dei numeri (indicazione della porta).


* Una piccola nota a riguardo per chi giustamente ha scelto di saltare il manuale: "Header set" imposta un header, mentre "Header add" lo aggiunge. Ai nostri fini la differenza è probabilmente nulla, ma i problemi sorgono quando da codice viene già impostato l'header in questione. Nel caso di "add" l'header viene raddoppiato (e alcuni client un po' permalosi non la prendono bene, specie se non hanno lo stesso valore), mentre "set" sovrascrive il valore. Esistono anche "setifempty", che imposta il valore solo se non era già presente e "merge" che prova ad estendere una lista di valori per gli header a valore multiplo.
La realtà è che manipolare gli stessi header a livello di codice di servizio e di configurazione del web server può portare a una serie di situazioni impreviste e richiede un coordinamento che difficilmente si mantiene nel tempo. Sarebbe buona norma quindi decidere a priori quali header siano da impostare a livello di apache e quali a codice, evitando sovrapposizioni, dove non sia strettamente necessario.
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25 agosto 2016

No One Wished To Settle Here

Oggi mi piace pensare che il qui di cui si parla non sia un luogo fisico, bensì concettuale.
In particolare un "qui" artistico, come metafora di un qui dell'anima, troppo astratto per essere identificato.



Ogni volta che ascolto questo brano, mi si illumina dentro qualcosa, entro in risonanza col lo straziante disagio che esprime questo pezzo e, oggetto di una catarsi inevitabile, mi elevo di un gradino, vedendo come tante cose che normalmente trovo molto belle siano in realtà poca cosa a confronto con certe pietre miliari. Mi ritrovo sulla torre d'avvistamento di un muro di confine.
Fuori l'ignoto, dove vanno gli avanguardisti, gli avventurieri, ma anche alcuni disadattati o reietti a modo loro illuminati.
Dentro i territori conosciuti e colonizzati, ricchi di agi, dove le sfide sono mitigate da un contesto accogliente quanto ovattante.
La zona di confine è un luogo particolare, perché da lì si può osservare il selvaggio mondo inesplorato, restando riconoscibili e a contatto con chi vive entro i confini.

Nessuno ha voluto insediarsi qui, sui territori di confine.

inconsistenti miraggi.
Inizia quindi per i grandi, quelli veri un percorso che va oltre la frontiera e li porta in territori inospitali, da cui magari torneranno, ma saranno così cambiati da non essere più quelli che erano arrivati alla grandezza comunicabile. In genere quando tornano sono dei "selvaggi" che hanno scelto di tornare all'agio, ma ci staranno per sempre stretti, ma accettano di restare delle copie sbiadite di loro stessi, in cambio della quiete dei luoghi noti.

Alcuni ci arrivano con uno sforzo incredibile, una volta nella vita, e non sono in grado di restare lì, ma non perché non possano, bensì perché non vogliono sostenere l'immenso sforzo dell'anima che è partorire un'opera immortale, restare sempre con un occhio sulla vastità oltre il confine senza attraversarlo.
Si ritirano, allora, in territori meno gloriosi, illuminati comunque dalla grandezza a cui sono giunti almeno una volta nella vita e contemporaneamente sollevati dal peso che deriva dalla creazione di capolavori unici.

Nessuno vuole insediarsi qui, in questa landa di confine.
Nessuno l'ha voluto fare.
Il confine estremo non è un luogo dove insediarsi: o si va oltre in un viaggio d'esplorazione in cui ci si potrebbe anche smarrire o si torna indietro.

No One Wished To Settle Here.

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5 maggio 2016

Riflessioni su ciò che si dovrebbe

La mia bella è solita nelle sue frasi esprimere opinioni sul comportamento degli altri. Credo sia un comportamento normale (al di là del come e quanto esternarle) quello di avere opinioni sugli altri e sulle loro azioni.

Ascoltandola mi sono reso conto di alcune sfumature che mi hanno aiutato a capire degli snodi di ragionamento importanti. Lei usa spesso il "dovrebbe" riferito al comportamento dell'altro, ma in generale quel dovrebbe può avere almeno 2 sfumature distinte: dovrebbe nel senso che mi aspetto che lo faccia o dovrebbe nel senso che ritengo "giusto" che lo faccia.
Lei usa spessissimo la seconda accezione, mentre io sono più portato ad usare la prima, anche se sporadicamente uso anche la seconda. Questa differenza mi porta a riflettere sul rapporto con "l'Altro", con la a maiuscola, ciò che è fuori da me.

Io mi aspetto un comportamento dall'altro basato su come lo conosco, cioè al di là del mio giudizio: analizzo (parola fondamentale nel mio modo di rapportarmi a tutto) ciò che è fuori da me, cerco di capire le sue dinamiche. In questa fase non c'è (ancora) un giudizio di alcuna natura, ma solo una osservazione, volta a capire i comportamenti dell'altro e da questo dedurne gli schemi di pensiero e i dogmi su cui fonda la sua visione del mondo. Su questa base mi diverto a crearmi dei film sul percorso che abbia portato l'altro a diventare quello che è, ma restano dei divertissement, senza alcun valore né analitico né morale.
Questo uso del dovrebbe è "previsionale". Solo in seconda istanza può diventare giudicante: una volta arrivato a prevedere come si comporterà posso (o anche no) dare un valore morale a questa azione ipotetica.

L'altro approccio è quello di osservare l'altro in virtù delle sue differenze da me (cioè in generale dall'osservatore) o da un ipotetico "giusto"*. Osservo ciò che l'altro dovrebbe fare in base a ciò che la mia morale mi dice che dovrebbe fare e mi costruisco un percorso virtuoso, pertanto ritenendo "buono" chi fa ciò che dovrebbe fare e "cattivo" chi non lo fa.
La mia opinione morale dell'altro osservato mi porta a prevedere se si atterrà al giusto o meno.
Questo uso del dovrebbe è "giudicante" e solo marginalmente può essere "previsionale", poiché la mia previsione dipende dal mio giudizio morale dell'osservato ed è secondaria rispetto all'identificare ciò che è giusto.
Questo è, tra l'altro, l'uso più comune del "dovrebbe" impersonale: si dovrebbe. In questo contesto l'altro non è osservabile, quindi il condizionale è una declinazione di ciò che è giusto, ma non necessario. L'uso previsionale in questo contesto è il classico "ma": in un dato contesto si dovrebbe fare una certa cosa, ma credo che tu dovresti farne un'altra.
Il "dovrebbe" finalistico è a metà strada: "per ottenere un certo risultato dovresti fare una certa azione" può essere tanto una asserzione assoluta (statistica/morale), quando calata nel contesto dell'adattabilità del percorso all'interlocutore.


Al di là del tema del "triplicata scocciant"di Vadacchiana** memoria, che mi causa a volte un certo fastidio superficiale, il problema che vedo nell'esprimere sempre un'opinione giudicante è che rischia di essere il preludio di un mondo di cloni, culturalmente appiattito sull'io parlante***. Tutti dovrebbero agire come è giusto (ossia come io credo sia giusto), appiattendo la multiculturalità che rende possibile il fatto che più comportamenti possano essere contemporaneamente giusti se visti da diversi punti di vista (o giudicati secondo differenti insiemi di valori).
L'ovvio contraltare è che la visione previsionale è terribilmente asettica, sino alla noia (sì va bene, ci hai azzeccato nel prevedere, ma vorrai prima o poi dire cosa ne pensi o apriamo un sito di scommesse su quello che fanno gli altri?!)


Ecco, tutta questa è una pippa assurda e io indubbiamente dovrei smetterla (almeno sino alla prossima).




*Per gran parte della persone la giustizia è una realtà assoluta che non muta in base all'osservatore e che si basa su un sistema di valori assoluto e oggettivo (cioè il loro...). Va da sé che non condivido una simile oggettivazione dei valori, ma che lo dico a fare?

** Vadacchiano da Vadacca, mio primo docente alle superiori di storia e filosofia, con cui non ho mai avuto una grande affinità culturale, ma che fu immensa fonte aneddottica per gli ormai numerosi anni a venire. Del resto anche Bosi, mio secondo docente al liceo di storia e filosofia non fu per me un grande riferimento culturale, ma fu anch'egli fonte immensa di una ricca aneddottca, meno mitologica di quella Vadacchiana, ma allo stesso tempo più diretta. Raccontati così sembrano uno la prosecuzione dell'altro e per questo mi sento di paragonarli secondo la seguente proporzione: Vadacca sta a Bosi come Totò sta a Boldi.

*** divago un attimo, poi spiego: mi sento di dire che il Marxismo dovrebbe essere considerato come un'aspirazione asintotica e non utopistica. La lotta di classe in realtà non dovrebbe mai essere superata (l'utopia dell'uguaglianza fra le persone), ma ridotta sino a un livello di sopportabilità da parte di tutti gli schieramenti (un'assottigliamento asintotico delle differenze, che non saranno mai annullate), perché è proprio il dinamismo generato dal conflitto fra diversi stili/condizioni di vita a innescare il progresso: il desiderio di qualcuno di stare meglio, che si ottiene mediante una differenza con il resto della popolazione ed il conseguente inseguimento da parte degli altri, che non devono essere lasciati indietro, ma non non potranno mai realmente raggiungere (a meno di non superare ribaltando i ruoli) gli inseguiti.
Giusto per dire che l'appiattimento culturale non fa per me...

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19 novembre 2015

Subdoli tranelli linguistici

Dopo i fatti di Parigi tutti: dall'uomo della strada al sociologo professionista al politico al commentatore, tutti stanno esternando. Anche io quella stessa sera mi sono sentito di esternare dei pensieri e delle sensazioni, del resto...
Quello che ne esce è un mare magnum di ragionamenti politici lineari, dietrologie, paure, espressioni di pancia, contorti complottismi e chi più ne ha più ne metta.
Tutti dicono un po' di tutto e le voci si perdono nel caos, ed è proprio da questo caos che emergono delle tendenze, delle parole, dei concetti che fanno da aggregatori.

Ad attirare in particolare la mia attenzione è il concetto di estremismo, stigmatizzato come "il problema", o addirittura "il nemico".
"il problema non sono i musulmani, ma gli estremisti" è una delle frasi più ricorrenti, o ancora "non conta se musulmani, ebrei o cristiani, il vero nemico è l'estremismo".
In salsa diversa e con una punta di razzismo si sentono dire frasi tipo "non esistono musulmani moderati, sono tutti estremisti".
In chiave minore, perché si presta meno alle declinazioni e perché è un termine più complicato che "il popolino" mastica male, anche la parola "radicale" sta emergendo come sinonimo dotto di estremista.

Non molti anni fa Grillo, parlando delle prostitute presidenziali diceva qualcosa del tipo "escort niente, sono delle puttane" e proseguiva con l'acuta osservazione che la confusione del linguaggio porta alla confusione dei concetti.

Mi spingo oltre, senza bisogno di scomodare una citazione ad hoc di Chomsky che non ho voglia di cercare, nel dire che le alterazioni del linguaggio hanno una funzione di controllo.
Controllo di chi? La gente si autocontrolla? No, i post che vediamo su facebook o gli slogan ripetuti in televisione sono per lo più prodotti da pochi comunicatori e ripetuti o condivisi come mantra dalle masse.
Quello che mi arriva se tu condividi sulla tua bacheca un bel disegno che parla di "estremisti = male" non è il tuo pensiero è il pensiero di qualcuno che pensa a come rendere virale un concetto e attrarre pubblico, a voler essere buoni, o a rendere virale un pensiero che gli fa comodo, adesso o in futuro, a voler pensare male.

E come diceva Andreotti: "a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca".

Riappropriamoci delle parole per capire i concetti.
Chiedo aiuto alla sempre utilissima Treccani ed al dizionario del Corriere della sera

Radicale, 2° significato: Che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa

Estremista: Chi assolutizza un concetto, una dottrina; in particolare in politica, chi ha una posizione favorevole a idee e misure estreme e radicali.

Bene, il quadro è completo.

Chi è il nemico? Gli estremisti. Chi sono gli estremisti? Quelli che non scendono a compromessi, quelli che non stanno "in centro".
In Italia chi c'è di "radicale"? La sinistra (oddio...c'è...diciamo che c'è stata, adesso io non so neppure più dove trovarla) e, visto il nome, i radicali (che anche loro, fra cambi di nome ed altre vicissitudini esistono ancora, anche se serve il microscopio per trovarli).
Chi si cerca di dire che non è più estremista, ma si è moderato? Lascio a ciascuno la sua risposta, tanto è stato il mantra alternato del potere degli ultimi 20 anni...e anche più.

Si è cominciato da tempo a dire che radicale ed estremista erano "il male", ora con opera mediatica intelligente si associano le parole a dei fatti eclatanti ed eccoci a dire che solo ciò che è moderato è bene!
Non sto dicendo che chi ha commesso gli attentati non sia estremista, ovviamente. Sto contestando il fatto che il problema sia il fatto che è estremista.

Allarghiamo la prospettiva. Chi fu estremista nella storia? Galileo, per esempio, con il suo sfidare l'ordine costituito. Washington, che ha guidato una guerra d'indipendenza, sicuramente non era un moderato.
Gandhi e Mandela si sono fatti anni di carcere e hanno subito repressioni per le loro idee, senza mai piegarle. Idee estreme, a detta del regime, e anche radicali.

Sostanzialmente non c'è rivoluzione, reale o figurata, politica o ideologica, senza estremismo. Nella storia politica forse la prima vera evoluzione che non sia passata per una "rivoluzione" pare essere l'unione europea, che infatti fatica a decollare, non per mancanza di progetto, ma perché per avvicinare poli distanti e cucirli assieme senza strappare la coperta ai bordi bisogna tirare molto molto piano. Sarebbe più funzionale strappare tutto e rifare, ma fortunatamente l'orrore di una guerra globale tiene lontane queste idee dall'Europa...per ora.

L'estremismo non è un male: è il sale dell'evoluzione. Certo comporta dei rischi, sicuramente è difficile da trattare e da gestire, ma un mondo senza estremismo è un mondo grigio e statico. Dal confronto degli estremi si genera energia.
Il mondo ha bisogno di un polo + e -, per generare la corrente che lo anima. Più ne crea, più è vivace, facendo attenzione a non far scoppiare tutto per un sovraccarico.

Dal confronto fra "boh, va bene anche così" e "sì, facciamo pure cosà, tanto non importa", non nasce nulla, ma a chi deve governare le masse fa comodo che l'estremismo sia eradicato alla base, perché la gente pronta al compromesso è meno difficoltosa da incanalare.
E quindi via alla campagna per cui estremismo = male, radicale = male, moderato = bene, il nemico = estremista, ecc...

Torniamo al punto di partenza: se non si chiama estremismo, come si chiama "il problema", come si etichetta "il nemico"? Una parola in italiano c'è, ma non la si usa mai in questi messaggi massificati. Questa parola è "Fanatismo"
Mi faccio aiutare dal dizionario del corriere, che dà una definizione molto calzante della parola

Fanatismo: adesione incondizionata a una fede o a un'ideologia fino ad annullare completamente la serenità e l'obiettività di giudizio del soggetto

E sottolineo fede o ideologia.

Ora venite a dirmi che è un caso che di centinaia (migliaia) di post che ho letto su facebook volti a dire quale sia il problema nessuno sa abbastanza italiano da trovare la parola giusta ed è solo un caso che tutti parlino solo di estremismo...





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17 novembre 2015

The Lobster

SPOILER ALERT!! SPOILER ALERT!!!

per chi non sa l'inglese: VI ROVINO IL FILM!!



Non cliccate sul leggi altro se non volete anticipazioni e saltate alla recensione qui, se non sapete di cosa parlo. veramente, fidatevi...

E poi a scrivere la recensione è la McGranitt, che a scrivere spacca!!!



Se siete qui avete superato l'alert sopra, quindi iniziamo: ho visto The Lobster, per chi non sa cosa sia, il riassunto #inpocheparole è nel link sopra, cioè, lo ribadisco, qui: http://inpocheparole.com/the-lobster/.

Se non l'avete visto NON LEGGETE e fatevi un favore gigantesco: leggete la recensione e se vi interessa ANDATE A VEDERLO prima. Poi tornate pure qui e leggete il seguito :)



Il film parte in modo geniale. Ricorda uno degli universi allucinati di Dick, immerso in una fantascienza senza troppa scienza e ma molto fanta.

La parte bella è che continua meglio. C'è un crescendo di situazioni spettacolare e tutto funziona alla grande, a patto che vi piacciano le situazioni assurde ed il grottesco.

Come dice la recensione il mondo è distopico nel modo più classico possibile, ossia aderente a un realismo formale in cui alcune paranoie già iniettate nella società reale sono esasperate.


Dopo aver mostrato "il regime", cambio di punto di vista: "la resistenza", che si identifica con la seconda parte del film.

Il film continua a scorrere in modo affascinante, anche se...perde qualche colpo. Inizia la storia d'amore fra il protagonista e quella che sin dall'inizio è la voce narrante e che poi si scoprirà essere una delle resistenti.


Terza parte: si esce dai particolarsmi (la clinica, i ribelli nella foresta), si entra nella società.

Va bene, va bene, ci sta. Il film zoppica ancora di più perché man mano che lo scenario si allarga, le pennellate sono sempre più blande e il resto è lasciato all'immaginazione, guidata dagli elementi già condivisi, ma sono troppo pochi e il livello sociale risulta freddino e piatto.


E poi, quarta parte, che potrei chiamare la sintesi, in cui il protagonista e la sua nuova compagna si ribellano e da azione e reazione cercano di estrapolare, appunto, una sintesi.


Finale.
Titoli di coda.


Ecco, il tema è che in qualche punto fra la fine della seconda parte e la terza parte, cioè chiusa la descrizione della "rivolta" e prima di chiudere la descrizione sociale (come detto incompleta), il film inizia a girare su se stesso.

Uno degli elementi più interessanti dell'utopismo negativo è andare al nocciolo della perversione, sviscerarla e mostrare che, sotto l'apparenza c'è ancora più orrore, oppure allargare il punto di vista e mostrarne l'universalità.

In ogni caso portare l'incubo a compimento.

Non necessariamente in modo esplicito e didascalico, intendiamoci, ma proprio perché si immagina un mondo e dove si iniettano come virus le psicosi sociali che si vedono in nuce nella società in cui si vive,è interessante mostrare come l'infezione possa diventare profonda o diffusa.
Si va cioè al nocciolo del problema o alla sua degenerazione universale.

The Lobster ci illude di andare in entrambe le direzioni, ma poi clamorosamente le manca entrambe.

Ci porta alla società nella terza parte, ma ne mostra solo scampoli: dove ha la possibilità non approfondisce e usa solo qualche suggestione per mostrare che qualcosa, a livello superiore, non va (i poliziotti nel centro commerciale ne sono l'emblema).

La città, però, è completamente di plastica: non ci sono persone per le strade, non ci sono attività, ma non c'è neppure controllo o repressione o....beh, non c'è nulla (si non sono scemo, capisco anche io che si parla di una società chiusa in luoghi d'aggregazione artificiale, ma qui non c'entra nulla e invece che mettere altra carne al fuoco sarebbe il caso di cuocere quella che già c'è).

La profondità è promessa dalla storia d'amore, la quale però si arena su un particolare che viene spesso citato sin dalla prima parte e per me non è ben comprensibile: l'ossessione per avere qualcosa di identificabile in comune per poter costituire una coppia.

Perché? Qual è il pensiero dietro questa ossessione? Qual è la causa di questa regola assunta universalmente?

Non si capisce, non si dice, non si accenna neppure. La si dà per scontata.

Risultato: la profondità si perde al primo strato, dove c'è un assioma dogmatico assurdo senza ragione apparente.

Stiamo parlando di una ossessione del mondo moderno esasperata a dogma esistenziale? Io, sinceramente, non la vedo: intorno a me vedo un mondo felicemente meticcio da tutti i punti di vista. Sì, certo, ci si conosce spesso grazie a qualcosa in comune, ma ci si ama, a volte se non spesso, grazie a qualcosa di complementare.


Ricapitolando doppio fallimento: non si allarga alla società per mancanza descrittiva e non si va in profondità perché non si supera lo scoglio del dogma senza spiegazione.

Il film quindi non ci sbatte contro le nostre perversioni o le nostre paranoie, ma semplicemente racconta un mondo che da fantastico diventa semplicemente inspiegabile e il patto narrativo scricchiola, quasi spezzato.


Potrebbe restare una buona storia, ed in effetti sin quasi alla fine lo è.
Il finale però (spoiler alert, spoiler alert!!!) non mantiene le promesse: si chiude prima della scelta decisiva, lasciando sì il finale aperto alle fantasticherie dei singoli spettatori, ma ancora una volta fallendo sul piano comunicativo.
Quella scelta che il protagonista non fa, puzza di scorciatoia, perché non avrebbe affatto chiuso il finale, ma avrebbe obbligato il racconto a schierasi sul peso quell'inspiegabile dogma ha sul mondo, o almeno sull'universo interiore del protagonista.


Ovviamente questi fallimenti non sono dei motivi per dire che il film è brutto (e, chiariamoci, non lo è), ma sicuramente costituiscono dei problemi che canonicamente sono riservati ai film che non fanno del contenuto la loro forza, dove quindi hanno un peso minore.

Siccome qui a farla da padrone è sicuramente più la sostanza che non la forma, è fastidioso vedere che a conti fatti affascina più la forma della sostanza, che pur sorretta da una visionaria fantasia, risulta annodata sul paradosso in modo sterile.

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14 novembre 2015

Riflessioni sui fatti di Parigi (anche se non sembra)

Non so bene neppure come commentare. Il mio cinismo e la mia esasperata razionalità mi allontanano dal riflettere sui numeri come discrimine. Cercare il bene e il male fuori da sé, o il giusto e lo sbagliato, l'ho sempre visto come uno specchio del non riuscire a definire da soli la propria via e, ancor peggio, del non assumersi la responsabilità profonda e completa del proprio operato (chi mi conosce profondamente da molto sa che è un elemento fondante della mia visione del mondo in generale e della religione in particolare).
Oggi a un cliente ho detto scherzosamente che sarei stato "quello antipatico". Riflettendo sul significato profondo di questa mia affermazione mi sono reso conto che lo sono perché sono quello che strappa via la poesia dalle situazioni e impone (in primis a me stesso) di affrontarle nude e crude, finendo per trovarcisi nudi a propria volta.

Dio è un po' la poesia del mondo: aggiunge un pezzo di incanto, evoca sensazioni ed atmosfere forti ma impalpabili, rende i concetti apparentemente forti, perché interpretabili e pertanto declinabili secondo l'uso più suggestivo o più conveniente, ma in realtà deboli, perché privi di un loro proprio fondamento. Nella poesia non possiamo conoscere il pensiero del poeta, ma solo interpretarlo, spesso guidati da altri che a loro volta non lo conoscono, ma salendo in cattedra acquisiscono un potere che non dovrebbero avere. Se anche sfuggiamo al gregge, diventiamo noi stessi i nostri stessi manipolatori, in un gioco al massacro che sa di follia schizzofrenica.
Lo stesso poeta non può comunicare il concetto evocato meglio di quanto faccia la sua opera e perde potere di fronte ad eteree interpretazioni dei suoi versi, avvincenti quanto intrinsecamente fasulle (inconoscibilità e incomunicabilità,  dal sapore gorgiano, sono altri elementi caratterizzanti della mia visione del mondo, come noto ai soliti).

Il problema è che la poesia, al di là della sua occasionale bellezza e sintesi comunicativa, se diventa il modo di descrivere la realtà invece che un'espressione artistica a suo corollario, si rivela essere un artificio per giustificare la propria mancanza di conoscenza e soprattutto la resa incondizionata nella ricerca di questa stessa conoscenza. La poesia è e deve essere un piacevole di più, forse il più piacevole dei lussi superflui.

Se la poesia non può essere eliminata senza far crollare il castello che agghinda significa che da orpello si è mutata in fondamenta e che il castello si posa su basi fittizie, se non false.

Tolta la poesia da ciò che ci circonda resta una sola cosa da fare: affrontare il mondo là fuori, senza scuse, senza ipocrisie.

Tolto dio dal nostro mondo resta una sola cosa da fare: affrontare se stessi, senza scuse, senza bugie.

Tolto dio quei morti sono un abominio ingiustificabile, e quindi lo si aggiunge nel sistema per far tornare i conti.
Ma dio non è un numero e non può risolvere nessuna equazione dell'animo umano, perché dio non può che essere poesia.

Oggi dio è una poesia tanto evocativa quanto il vuoto che nasconde...ed eccezionalmente brutta.
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8 ottobre 2015

I bambini provocano?!?

Ma sei scemo?!?!
Se un bambino cerca affetto capisci che uno glielo butti in culo? Ma l'omosessualità no, quindi solo le bambine dovrebbero essere a rischio. #einvece.

E immagino che se una va in giro in minigonna, uno stuprettino veloce veloce sia "comprensibile".
E, oh, occhio quando cade la sponetta, che se un prete passa di lì....ma non è omossessualità, è trovare il giusto sostegno all'equilibrio su un terreno potenzialmente scivoloso. Chi non lo capirebbe?!

Con tutta la buona volontà, capisco che ci siano dei criminali, capisco anche io che cedano. Ma come cazzo di fa a dire che si capisce la gente che cede a un bambino che cerca affetto?! Non è che stava cercando minchia, stava cercando l'affetto che non trovava in famiglia. Non può, un bambino già in difficoltà, trovare un palo in culo da chi lo dovrebbe assistere.

Un conto è sostenere che ciascuno porti sulle spalle la sua croce, un conto è portare un pezzo di prete dove non batte il sole.

Per chi ha dubbi...il video è qui.

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Guerra al terrore

Un grande successo nell'innovazione tecnologica e nel progresso scientifico in campo bellico, oltre che importante successo politico, è stato ottenuto pochi giorni fa a Kunduz, un posto pieno di straccioni che hanno la guerra ed il clima di terrore che si meritano.
Le bombe intelligenti hanno infatti ucciso 22 pericolosi terroristi. Di questi, ben 10 stavano cercando di sabotare il sistema economico mondiale, sopravvivendo in una inutile nazione del terzo mondo arrecando un grave danno economico, 3 di loro, addirittura non maggiorenni, sarebbero stati un peso per anni, se fossero sopravvissuti.
Altri 12 stavano minando alla base il paradigma su cui si basa la nostra cultura: questo è il migliore dei mondi possibili e una società in cui vengono aiutati i bisognosi, anche indigenti, è da considerarsi un'aberrazione in grado di farci tornare all'età della pietra.

Ripeti con noi 10 volte: "Evviva la democrazia esportata! Evviva la minoranza coi bombardieri che sceglie democraticamente il bene dei popoli!"

Unisciti alla guerra al terrore, riconosci i veri terroristi, combatti gli eversivi, sostieni i bombardamenti sugli ospedali di Medici Senza Frontiere!



MSF: http://www.medicisenzafrontiere.it/bombardato-il-nostro-ospedale-kunduz

Repubblica: http://www.repubblica.it/esteri/2015/10/03/news/afghanistan_nato_forse_colpito_ospedale_di_medici_senza_frontiere_kunduz_3_morti-124207433/


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1 ottobre 2015

Lo strano scorrere del tempo

Mi è venuta voglia di :of the wand & the moon:, ho visto un disco nuovo, gli ho dato un ascolto. Tempo qualche canzone mi sono ricordato che Kim Larssen era recentemente tornato al metal dopo la remotissima esperienza coi Saturnus. Non ricordavo il nome del gruppo e l'ho cercato sul solito metalstorm.
Il disco è del 2009. Io avrei detto 2-3 anni fa. Poi mi sono ricordato della tempesta che ha travolto tutto negli ultimi 3 anni, annichilendo lo scorrere del tempo.
Quindi 3 anni più 2-3 fa veramente 2009-2010. La percezione era erratamente giusta*, ma l'incapacità della mia testa di mettere in fila i cocci del percorso in modo automatico mi fa riflettere sulla percezione del tempo e della vita.
Provando a mettere a fuoco mi rendo conto che ci sono dei momenti di svolta che segnano la vita e tutti gli altri fatti sono relativi a quei momenti di svolta. Come se si trattasse di ere storiche. Una sorta di 3 anni AS (avanti separazione), che altrimenti avrei potuto ricordare come 3 anni DG (Dopo Gaia). E così altri mille fatti hanno lo stesso tipo di datazione. Non mi ricordo quanti anni avevo quando ho aperto la PIVA, ma so che erano 3 anni PL (Post Laurea).

Può essere affascinante provare a giocare coi propri ricordi in questo modo e scoprire quali sono i momenti cardine che riusciamo ad ancorare nel tempo. So di non essere l'unico a ragionare in questi termini e credo che sia prassi canonica umana, forse per voi perfettamente razionalizzata, mentre io sono emozionato come un bambini a cui viene mostrato un nuovo mondo.
Non è meno affascinante il gioco opposto: notare cioè come certi eventi, pur razionalmente importanti, non abbiano minimamente marcato il tempo nel flusso della vita.

Ora la domanda vera è quando e quale sarà il prossimo evento cardine della mia vita, rispetto al quale misurerò il tempo? Sono curioso, e un po' intimorito.
Spero sia un evento felice...


*in realtà è una cazzata, in questo caso la mia percezione era sbagliata, ma è vero e genuino tutto il ragionamento a contorno.


PS: per chi fosse interessato, il disco in questione è qui ed il gruppo si chiama Black Wreath. Un doom senza grandissimi pregi, a mio avviso e lontano anni luce dalla grandiosità che i Saturnus hanno avuto dopo la dipartita di Kim Larssen, in particolare con quell'indimenticabile gioiello che è Veronika decides to Die
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4 giugno 2015

What better time than now?

Oggi ascoltando quel discone che fu Veronika Decides To Die dei Saturnus, mi sono guardato i dischi metallusi del 2006 e ho visto che su MS è il 2° disco più bello del suo anno. Ho pensato "che sfiga essere usciti lo stesso anno di un colosso come Ashes Against The Grain degli Agalloch, che è uno dei dischi più belli della storia del metal "colto" di tutti i tempi! Sarebbe bastato un anno in più...".
Poi ho pensato "tutti gli anni c'è un colosso che esce, se non è quello è un altro...cosa cambia?!".
Ho controllato.
L'anno dopo ce l'avrebbe fatta ad essere il disco dell'anno. Quello prima no (ma a mio gusto sì).

Sfiga, dunque.
Ma quasi mai la puoi evitare, quindi tocca imparare a conviverci.

L'anno prima sarebbero stati maturi per quel disco? E l'anno dopo avrebbe avuto lo stesso impatto di quell'anno?

Alla fine scrivo queste cazzate per dire che il mondo intorno evolve ed osservarlo può guidare per il meglio alcune nostre azioni, ma il senno di poi, appunto, viene solo poi, quindi aspettarlo per prendere la giusta decisione o capire quando è "l'attimo" non è la scelta più azzeccata.

Carpe diem?

Forse neppure, almeno non con ossessione ed irruenza.

Ma se te la senti...cazzo fallo: what better time than now?



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13 marzo 2015

L'Isis e l'Europa pacificata

Faccio una precisazione iniziale: questo post è provocatorio e politicamente scorretto, forse offensivo, sicuramente irrispettoso.
Potrebbe dare fastidio.
Ma chissene...

Qualche giorno fa un amico mi ha passato il link al video dell'isis in cui sgozzano e decapitano i 21 prigionieri egiziani copti (è qui, ma non ne consiglio la visione, però se volete, vi evitate di cercarlo e trovare porcate rimaneggiate).
L'ho guardato e l'ho trovato molto diverso da come me lo aspettavo. Intanto è "montato" inframezzando parti "da film" a parti più "da documentario".
L'inizio e la decapitazione, in particolare, sono molto "da film horror", più che "reportage di guerra".
Poi, nel volto dei condannati non ho visto panico, non ho visto rabbia, rivolta...nulla. E questo mi è parso strano: 21 persone, non 1. Nessuno che pensa che visto che lo stanno per sgozzare vivo, magari vale la pena di provare a dare un calcio nei coglioni a questi stronzi, tanto alla fine ti ammazzano uguale? Nessuno che se la fa addosso, nessuno che urla, nessuno che bestemmia contro Allah, Maometto ecc (che poi anche se lo facesse, lo farebbe in una lingua a me incomprensibile, ma questo è un altro discorso).
Certo, il montaggio ti permette di tagliare via molte di queste cose, se anche sono successe.
Non mi sfugge neppure che, dopo aver sgozzato e decapitato con un coltello una vittima, il "protagonista" del video abbia il coltello e la mano insanguinata, ma la mimetica chiara linda e pulita.
Ma anche questo è facile da fare....

Però a questo punto mi chiedo che cazzo ho visto. Cosa c'era di reale? A guardarlo così, potevano anche essere tutto già morti al momento dello sgozzamento e successiva della decapitazione...e ci starebbe. Poteva addirittura essere tutto un effetto speciale. E magari lo fosse stato....

Comunque sia andata non cambia la barbarie del gesto.

Mi viene forse da pensare che anche chi si esalta a vedere certe scene e inneggia a 'ste gran teste di cazzo magari non avrebbe avuto lo stomaco di assistere alla scena intera, né forse avrebbe apprezzato un condannato a morte che bestemmiava in una lingua a lui comprensibile.

Come dire...hanno cercato un bilanciamento di finzione e realtà che esaltasse i loro simpatizzanti psicopatici senza allontanarli e senza allontanare i loro simpatizzanti "solo pazzarelli" e nel mentre terrorizzasse noi europei, cristiani o meno.

Apparentemente ci riescono. E, parlando di me in particolare, in realtà, più che spaventarmi direttamente, mi fanno schifo, nel senso che mi causano disprezzo nei loro confronti. Ma loro non mi spaventano più di tanto, perché la loro minaccia la sento lontana (avrei una paura fottuta se fossi adesso ai confini fra Libia ed Egitto). Mi causano sì paura, ma è una paura diversa da quella che vorrebbero provocare.
Il motivo per cui non mi riescono veramente a spaventare è che io so che noi non siamo neppure un briciolo meglio di loro. Siamo solo, apparentemente, pacificati. Ma è probabilmente una condizione transitoria (anche se spero sia il più duratura possibile).
La nostra maggiore "civiltà" più una convinzione effimera che una realtà consolidata.
Ho un po' l'impressione che 'sti spacconi del cazzo abbiano l'immagine dell'Italia e dell'Europa che arriva dalle televisioni patinate, quelle che attirano masse di persone che credono che sia tutto perfetto. E sì, magari è meglio che a casa loro, non voglio discutere di questo, ma non è tutto così splendido e lucente.
Una sorta di "voi non sapete chi siamo noi".

I nostri nonni ne hanno messi 6 milioni, di prigionieri, nei forni o nelle docce a gas nell'indifferenza generale (e non diciamoci cazzate, la guerra non era "alle atrocità" dei nazisti, ma "all'espansionismo" dei nazisti).
60 anni fa, non secoli.
Troppo lontano?
20 anni fa, circa, dall'altra parte dell'adriatico, "a 30 miglia di mare", si sono fatti stupri di massa con conseguente uccisioni collettive nei modi più variegati, circa 100 mila morti e oltre 2 milioni di profughi. Sì, ci ha dato fastidio, ma stavamo solo mettendo ordine in cantina, la nostra cantina, quindi ce lo siamo dimenticati in fretta.
Altra generazione?
8 mesi fa i neonazisti ucraini hanno catturato il capo della polizia di Donetsk e l'hanno sgozzato davanti alla moglie, nel mentre a Kiev hanno messo a capo della polizia un neonazista a capo di un battaglione accusato di rapimenti, stupri ed uccisioni di civli, nella nostra totale indifferenza (e consapevolezza manipolata dai media di regime).

Tutta questa gente non aspetta altro che una buona scusa per riaccendere i forni e l'indifferenza, se non l'appoggio, dell'opinione pubblica, per farlo impunemente. Se le lacrime, sul momento, non sono state versate per 6 milioni di innocenti, non lo saranno neppure per 100 milioni o quanti dovranno essere, senza distinguo, senza pietà.
Le uniche lacrime che prevedo sono quelle per le bollette del gas da pagare alla Russia, che però sarebbe probabilmente ben felice di fare uno sconto visto il fine per cui è usato.

Questo è quello che mi spaventa di più. Loro cercano di farci spavento e lo spavento che mi creano, il più grande, è che se vogliamo fare un'escalation al peggio, noi (in senso lato, è ovvio, almeno sin quando stanno al di là del mare) non abbiamo nessuna lezione da prendere. Abbiamo svariati secoli di atrocità e ancora adesso non abbiamo smesso: egli ultimi 80 anni ne abbiamo combinate di tutti i colori!

Ma non serve parlare di guerre vere e proprie o di neonazzisti, che sembrano anche quelli lontani da noi.
In molte autostrade italiane ci sono probabilmente più di 21 persone. Nei piloni, dico.
E basta cercare "vittime di mafia" so google a vedere che il numero è lungo, il modo è vario e la pietà è l'unica grande latitante.
Ovviamente l'Italia è formalmente pacificata e il clima è normalmente sereno. Non voglio mettere sullo stesso piano isis e mafia, per varie ragioni. Ma a parte il fatto che non sono convinto che l'isis sia mosso, ai piani alti, dalla religione (ai piani bassi, probabilmente sì, per certa follia serve un dio, ma proprio quel tipo di piani alti è quello che crea gli dei per controllare le masse), non sono neppure convinto che se qualcuno tocca i nostri interessi da vicino la reazione sia poi così tanto più civile della loro.
E non sono neppure convinto che se togliessimo il freno del rischio di una punizione a certa gente, non arriveremmo ben presto allo stesso livello di follia.

Mi piace vedere però un altro punto di vista ancora, e buttare altra carne sul fuoco, non solo quella di un povero pilota libanese: che interesse c'è nel mostrare queste barbarie?
Da parte loro (isis) una sorta di celodurismo che somiglia al gonfiare il pelo dei cani, da parte nostra quella di allontanare ogni possibile simpatia nei loro confronti, ma anche quello, meno nobile, di sentirci quelli buoni (in contrasto ai cattivi), quelli evoluti (in confronto ai barbari), quelli pacificati (in confronto ai selvaggi in guerra).
Se dovessero mai attravarsare il mare, o anche solo provarci, non credo che ci metteremmo molto a toglierci di dosso la nostra ipocrita superiorità e rimandarli a casa in cenere (passando per il camino, dico). Ma sino a quel momento abbiamo bisogno di illuderci di essere migliori.

"L'uomo produce il male come le api producono il miele" (William Golding)



PS: non ho volutamente parlato delle assurde atrocità del resto del mondo, dagli squadroni della morte e i desaparecidos del sud america, agli khmer rossi o le follie del regime nord coreano. In primis perché sono troppo lontane, e poi perché non servono ulteriori "finzioni" a distrarci dal fatto che anche noi siamo così, perché...l'uomo è fatto così. E certo si potrebbe inserire anche la mattanza delle minoranze negli USA da parte della polizia o le repressioni folli dal regime cinese. Ce n'è per tutti, in tutti i continenti, forse giusto l'Antartide si salva, non essendo stabilmente abitato...




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15 gennaio 2015

Il film che non ti aspetti: Snowpiercer

Sarà il titolo, sarà la locandina, ma approcciandomi a Snowpiercer, ai tempi della sua uscita, avevo la netta sensazione del film cagata, collegandolo per qualche motivo a un mix improbabile fra il terrificante Trappola sulle Montagne Rocciose e il disdicevole Trappola in Alto Mare (che risulta superiore al suo seguito, perchè sì, sono uno il seguito dell'altro, solo per la scena della torta, NSFW, sappiatelo, con la sempre bella Erika Eleniak)

Non credo che serva puntualizzarlo, ma non c'è nessun nesso, neppure lontano, fra Snowpiercer e le due schifezze di cui sopra...eppure nella mia mente sono rimasti associati. Neppure il fatto che al posto di quell'attore imbarazzante che va sotto il nome di Steven Segal ci fosse Chris Evans è bastato a rompere la connessione nella mia testa!

Poi, un giorno, non so dove, ne ho letto bene e mi sono incuriosito. Così ho deciso di guardarlo e...il film c'è!

Film d'azione dall'ambientazione bizzarra, carico di significati metaforici abbastanza espliciti e di questioni morali più complesse, si lascia guardare con gusto e ti lascia parecchio.

La premessa della storia e qualche aspetto del film sono tenuti su con gli stecchini, ma da un lato in un film d'azione spesso questi aspetti restano in secondo piano, dall'altro è così forte il parallelismo sociale che il film tratteggia, da risultare inutile cercare di trovare la perfetta coerenza.
Non c'è.
Ma non conta, perché c'è un film che ci divide in gruppi sociale, ci inserisce in un sistema, ci fa pedine di un gioco perverso che non controlliamo, ci parla di perdizione e redenzione con tanto di ascesa verso...un luogo dove nulla può ugualmente cambiare. Ci parla dell'eterna illusione del cambiamento e degli equilibri fragili e necessari che ci circondano.
La soluzione è forse quella del fattone del film (spoilerino) o forse quello è il disastro maggiore: l'illusione di poter scardinare gli schemi ed uscire dal sistema, di poter reinventare un altro sistema diverso da quello che ci tiene sì prigionieri, ma al sicuro.
Peggio dell'illusione della rivoluzione. Peggio del tradimento dei sogni.

Un pugno in pancia attutito giusto dal fatto che è un film d'azione e l'azione certo non manca, con anche qualche trovata brillante e qualche momento emozionante e che la metafora, che c'è, resta asservita al racconto: non è un film didascalico e non è un film di "denuncia" sociale. Si tratta di qualcosa di diverso: la rilettura della nostra società, espressa secondo schemi e compartimenti separati. Il racconto di un viaggio al suo interno, la consapevolezza dell'orrore in cui ci culliamo (sì, perché ce la raccontano "dal basso", ma noi sappiamo sempre di essere in realtà abitanti dei vagoni di testa e con cosa paghiamo il nostro benessere), la constatazione che ci sono poche alternative all'interno dello schema in cui siamo e soprattutto non c'è un modello alternativo con una prospettiva di sostenibilità.

Al di fuori del nostro mondo, delle altre carrozze del nostro treno, c'è solo un freddo pazzesco...come quello che abbiamo dentro.




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21 ottobre 2014

e odio Renzi

anche perche' pretende di spiegare che cosa è la sinistra nel 2014. Lui, che la sinistra non sa neanche dove sta di casa, e lo sa. Borioso manipolatore. Rampo
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9 settembre 2014

Quando meno te li aspetti...arrivano loro

Loro i The Haunted, dico.
Dati per artisticamente morti con l'obbrobrioso, noiosissimo, inutile e finanche fastidioso precedente schifezza a titolo Unseen, orfani di uno dei più convincenti cantanti del settore, Peter Dolving (in casa affettuosamente ribattezzato "lo zio Peter"), poi del batterista che ci aveva messo la marcia in più, Per Möller Jensen, che se ci fosse stato lui sin dall'esordio, quel The Haunted adesso sarebbe il disco con cui fare i conti nel genere, e soprattutto (!?!) di uno dei 2 gemellini Björler (Anders, il chitarrista)...cosa ci si poteva aspettare?
Lo scioglimento sarebbe stata la scelta più sensata.
Hanno deciso di andare avanti.
Disappunto.

Tolto lo zio Peter, anima innovatrice (nel bene, ma visto l'ultimo disco, anche nel male), ci si poteva aspettare un ritorno alle sonorità di un po' di dischi fa, ma a creatività e maestria ridotte.
Le notizie si susseguono, anche perchè lo smembramento del gruppo è stato progressivo. Marco Aro torna nel gruppo a sostituire Peter.
La vicenda ha del comico! Per chi non ha seguito: Peter canta nel primo disco, poi esce dal gruppo, Marco lo sostituisce nel 2° e 3° disco, poi torna Peter con tanti saluti al buon Marco, sicuramente inferiore per molti versi, non ultimo quello di essere confondibile con altri 200 cantanti death presi a caso. Comunque ben più che dignitoso, intendiamoci, ma Peter è semplicemente quel fuoriclasse che Marco non è e non sarà mai. Pace, ha avuto comunque la sua visibilità.
Peter torna quindi al 4° disco (quell'indimenticabile e grandioso rEVOLVEr che segnerà una pietra milare per il thrash/death) e si ferma per i successivi 3 dischi. Dopo il 7° (orrido, come già detto) se ne va e i The haunted cosa fanno?
Riprendono Marco.
Vabbeh....buon per lui, ma io sarei sopolto dalla sindrome della ruota di scorta (RdS, citando acronimi fuori contesto).

Simile la vicenda con Per Möller Jensen, che sostituisce il defezionario Adrian Erlandsson dal 2° disco in poi, per poi mollare dopo il 7°, un po' dopo la dipartita di Peter ed essere sostituito da...udite udite: Adrian Erlandsson.

Lo slogan per i The Haunted sembra essere keep it in the family.

Ora questa sì, è una tragedia, perchè Adrian Erlandsson è semplicemente il batterista più sopravvalutato del secolo. E di quello passato. Insomma dell'umanità, almeno da quando esiste la batteria con la doppiacassa. Non è "scarso", è semplicemente piatto e privo di fantasia, di un tocco suo, di qualcosa che te lo faccia riconoscere o che attiri l'attenzione. Si potrebbe definire come un mestierante senza ispirazione che è riuscito a imbucarsi in una manciata di dischi epocali che lo fanno apparire un personaggio mitico, cosa che decisamente non è.
Nei fatti una drum machine, magari programmata da Xytras è ampiamente preferibile (e 'sti cazzi, potresti ribattere).

...Poi molla il gemellino. Che cosa resta? Che fare?! Boh, arriva uno che non conosco (ormai ho un'età e non seguo quanto un tempo) a sostituirlo. Il curriculum ha buoni nomi, certo, ma non raccontiamoci balle: lui su Slaughter of the Soul (quanto ancora il cuore dei The Haunted pulsava negli At The Gates) non c'era. Non ha scritto né l'esordio The Haunted né il già citato rEVOLVEr. Per quanto, in totale controtendenza rispetto all'universo intero, a me non sia piaciuto per nulla, non c'era neppure per Made me do It. Quindi...difficile dare credito anche a questo cambio.

Annunciano il nuovo disco, e non si sa se essere tristi per la scelta o disperati per l'ipotetico risulato.
Primo pezzo online (Cutting Teeth). Inutilissimo. Quello è il pezzo scheggia che abbiamo sentito, migliore, in numerosi altri dischi del gruppo. Piacevole, però, e sicuramente dignitoso.
Il punto è che è un segnale: si parte col piede sull'acceleratore. Da un lato è un inatteso segno positivo, dall'altro Marco non ha la versatilità per gestire altro e soprattutto ad Adrian non hanno mai insegnato nessun altro pattern di batteria oltre al tupa-tupa con qualche piatto qua e là...era quindi inevitabile che andasse così (lato grandioso, ma noioso, dei già citati Sloughter of the Soul e The Haunted, che sono capolavori nonostante la sua presenza).

Secondo pezzo online (Time will not heal). Funziona. Non emoziona, ma funziona. Bene. Un goove inatteso di chitarra, la batteria più piatta della terra(vi prego, riesumate Per!!). Attendiamo. Da queste anteprime sarà un disco inutile, specchio deformante di un glorioso passato che fu.

Esce il disco in streaming (mentre scrivo è ancora qui).
Non lo cago, poi un caro amico (grazie JJ) mi dice che spacca. Sfiduciato vado a sentirlo.
Non c'è quasi nulla di nuovo in tutto un intero disco, roba sentita e risentita, ma...sti cazzi: funziona.
Jonas Björler e Patrik Jensen did it.
Again.
Il disco è massiccio, senza cali, abbastanza vario da non annoiare, ma abbastanza simile a se stesso da avere una forte identità. Si alternano sfuriate a brani più ragionati, le chitarre macinano riff di buona qualità, la registrazione impeccabile esalta il basso del gemellino, che spinge come un dannato. Marco fa il suo, lo fa bene, anche meglio che in passato, sperimentando come non aveva mai fatto prima (cioè pochissimo, rispetto al solito nulla assoluto).
Nulla mi toglie dalla testa che se qualcuno avesse convinto Peter a non usare i The Haunted come territorio di sperimentazione, convincendolo a tenerli come il gruppo dell'adrenalina, in varie forme, avrebbe fatto meglio. Ma lo zio Peter non s'è fatto imbrigliare e...cazzi suoi (per la verità se n'è andato adducendo motivazioni di soldi e di tirannia interna dei 2 gemelli).
Adrian Erlandsson è, come direbbero gli inglesi, a pain in the ass...però riesce a fare il suo e notevolmente meglio del solito (e delle mie aspettative, peraltro infime, nei suoi confronti).

Disco sicuramente da ascoltare, ma per gli amanti del genere, da comprare a scatola chiusa!
Non mi metto a indicare gli highlight perché ancora non sono deciso, ma la cosa notevole è che di filler ce ne sono pochissimi e nel "contesto disco" anche i pezzi più deboli stanno piuttosto bene. Dovendo fare uno sforzo a cercarlo, l'highlight, Trend Killer è la canzone che mi fa alzare le orecchie tutte le volte, e forse l'unica in cui Marco si lancia in qualcosa di diverso dal solito. Ma è ancora troppo presto e il disco troppo buono, per giudicare.

La sparo gigante: potrebbe essere il 3° disco più bello della loro discografia, e considerato che ci sono 2 giganti dentro, ben difficili da scalzare...tanto di cappello!!




PS: se questo è lo stato di salute e ispirazione di uno dei 2 gemellini il nuovo, attesissimo e prossimo venturo At War With Reality, ritorno degli At The Gates dopo 19 anni da Slaughter Of The Soul, potrebbe essere un evento epocale. Ma alzare le aspettative è sempre rischioso...quindi restiamo cauti, che tutto quello che si sa, per ora, è qui.

PPS: la perdita dello zio Peter, per me è anche un colpo emotivo, perché è stato il cantante preferito della bimba Gaia prima che sapesse cosa fosse un cantante, grazie alla sovraesposizione alla sua voce in periodo fetale. Per il suo primo anno di vita le sue urla cariche di disperazione, rabbia e furia cieca dello zio Peter riuscivano a placarla, con grande stupore di tutti gli astanti.












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