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5 maggio 2016

Riflessioni su ciò che si dovrebbe

La mia bella è solita nelle sue frasi esprimere opinioni sul comportamento degli altri. Credo sia un comportamento normale (al di là del come e quanto esternarle) quello di avere opinioni sugli altri e sulle loro azioni.

Ascoltandola mi sono reso conto di alcune sfumature che mi hanno aiutato a capire degli snodi di ragionamento importanti. Lei usa spesso il "dovrebbe" riferito al comportamento dell'altro, ma in generale quel dovrebbe può avere almeno 2 sfumature distinte: dovrebbe nel senso che mi aspetto che lo faccia o dovrebbe nel senso che ritengo "giusto" che lo faccia.
Lei usa spessissimo la seconda accezione, mentre io sono più portato ad usare la prima, anche se sporadicamente uso anche la seconda. Questa differenza mi porta a riflettere sul rapporto con "l'Altro", con la a maiuscola, ciò che è fuori da me.

Io mi aspetto un comportamento dall'altro basato su come lo conosco, cioè al di là del mio giudizio: analizzo (parola fondamentale nel mio modo di rapportarmi a tutto) ciò che è fuori da me, cerco di capire le sue dinamiche. In questa fase non c'è (ancora) un giudizio di alcuna natura, ma solo una osservazione, volta a capire i comportamenti dell'altro e da questo dedurne gli schemi di pensiero e i dogmi su cui fonda la sua visione del mondo. Su questa base mi diverto a crearmi dei film sul percorso che abbia portato l'altro a diventare quello che è, ma restano dei divertissement, senza alcun valore né analitico né morale.
Questo uso del dovrebbe è "previsionale". Solo in seconda istanza può diventare giudicante: una volta arrivato a prevedere come si comporterà posso (o anche no) dare un valore morale a questa azione ipotetica.

L'altro approccio è quello di osservare l'altro in virtù delle sue differenze da me (cioè in generale dall'osservatore) o da un ipotetico "giusto"*. Osservo ciò che l'altro dovrebbe fare in base a ciò che la mia morale mi dice che dovrebbe fare e mi costruisco un percorso virtuoso, pertanto ritenendo "buono" chi fa ciò che dovrebbe fare e "cattivo" chi non lo fa.
La mia opinione morale dell'altro osservato mi porta a prevedere se si atterrà al giusto o meno.
Questo uso del dovrebbe è "giudicante" e solo marginalmente può essere "previsionale", poiché la mia previsione dipende dal mio giudizio morale dell'osservato ed è secondaria rispetto all'identificare ciò che è giusto.
Questo è, tra l'altro, l'uso più comune del "dovrebbe" impersonale: si dovrebbe. In questo contesto l'altro non è osservabile, quindi il condizionale è una declinazione di ciò che è giusto, ma non necessario. L'uso previsionale in questo contesto è il classico "ma": in un dato contesto si dovrebbe fare una certa cosa, ma credo che tu dovresti farne un'altra.
Il "dovrebbe" finalistico è a metà strada: "per ottenere un certo risultato dovresti fare una certa azione" può essere tanto una asserzione assoluta (statistica/morale), quando calata nel contesto dell'adattabilità del percorso all'interlocutore.


Al di là del tema del "triplicata scocciant"di Vadacchiana** memoria, che mi causa a volte un certo fastidio superficiale, il problema che vedo nell'esprimere sempre un'opinione giudicante è che rischia di essere il preludio di un mondo di cloni, culturalmente appiattito sull'io parlante***. Tutti dovrebbero agire come è giusto (ossia come io credo sia giusto), appiattendo la multiculturalità che rende possibile il fatto che più comportamenti possano essere contemporaneamente giusti se visti da diversi punti di vista (o giudicati secondo differenti insiemi di valori).
L'ovvio contraltare è che la visione previsionale è terribilmente asettica, sino alla noia (sì va bene, ci hai azzeccato nel prevedere, ma vorrai prima o poi dire cosa ne pensi o apriamo un sito di scommesse su quello che fanno gli altri?!)


Ecco, tutta questa è una pippa assurda e io indubbiamente dovrei smetterla (almeno sino alla prossima).




*Per gran parte della persone la giustizia è una realtà assoluta che non muta in base all'osservatore e che si basa su un sistema di valori assoluto e oggettivo (cioè il loro...). Va da sé che non condivido una simile oggettivazione dei valori, ma che lo dico a fare?

** Vadacchiano da Vadacca, mio primo docente alle superiori di storia e filosofia, con cui non ho mai avuto una grande affinità culturale, ma che fu immensa fonte aneddottica per gli ormai numerosi anni a venire. Del resto anche Bosi, mio secondo docente al liceo di storia e filosofia non fu per me un grande riferimento culturale, ma fu anch'egli fonte immensa di una ricca aneddottca, meno mitologica di quella Vadacchiana, ma allo stesso tempo più diretta. Raccontati così sembrano uno la prosecuzione dell'altro e per questo mi sento di paragonarli secondo la seguente proporzione: Vadacca sta a Bosi come Totò sta a Boldi.

*** divago un attimo, poi spiego: mi sento di dire che il Marxismo dovrebbe essere considerato come un'aspirazione asintotica e non utopistica. La lotta di classe in realtà non dovrebbe mai essere superata (l'utopia dell'uguaglianza fra le persone), ma ridotta sino a un livello di sopportabilità da parte di tutti gli schieramenti (un'assottigliamento asintotico delle differenze, che non saranno mai annullate), perché è proprio il dinamismo generato dal conflitto fra diversi stili/condizioni di vita a innescare il progresso: il desiderio di qualcuno di stare meglio, che si ottiene mediante una differenza con il resto della popolazione ed il conseguente inseguimento da parte degli altri, che non devono essere lasciati indietro, ma non non potranno mai realmente raggiungere (a meno di non superare ribaltando i ruoli) gli inseguiti.
Giusto per dire che l'appiattimento culturale non fa per me...

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4 giugno 2015

What better time than now?

Oggi ascoltando quel discone che fu Veronika Decides To Die dei Saturnus, mi sono guardato i dischi metallusi del 2006 e ho visto che su MS è il 2° disco più bello del suo anno. Ho pensato "che sfiga essere usciti lo stesso anno di un colosso come Ashes Against The Grain degli Agalloch, che è uno dei dischi più belli della storia del metal "colto" di tutti i tempi! Sarebbe bastato un anno in più...".
Poi ho pensato "tutti gli anni c'è un colosso che esce, se non è quello è un altro...cosa cambia?!".
Ho controllato.
L'anno dopo ce l'avrebbe fatta ad essere il disco dell'anno. Quello prima no (ma a mio gusto sì).

Sfiga, dunque.
Ma quasi mai la puoi evitare, quindi tocca imparare a conviverci.

L'anno prima sarebbero stati maturi per quel disco? E l'anno dopo avrebbe avuto lo stesso impatto di quell'anno?

Alla fine scrivo queste cazzate per dire che il mondo intorno evolve ed osservarlo può guidare per il meglio alcune nostre azioni, ma il senno di poi, appunto, viene solo poi, quindi aspettarlo per prendere la giusta decisione o capire quando è "l'attimo" non è la scelta più azzeccata.

Carpe diem?

Forse neppure, almeno non con ossessione ed irruenza.

Ma se te la senti...cazzo fallo: what better time than now?



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15 gennaio 2015

Il film che non ti aspetti: Snowpiercer

Sarà il titolo, sarà la locandina, ma approcciandomi a Snowpiercer, ai tempi della sua uscita, avevo la netta sensazione del film cagata, collegandolo per qualche motivo a un mix improbabile fra il terrificante Trappola sulle Montagne Rocciose e il disdicevole Trappola in Alto Mare (che risulta superiore al suo seguito, perchè sì, sono uno il seguito dell'altro, solo per la scena della torta, NSFW, sappiatelo, con la sempre bella Erika Eleniak)

Non credo che serva puntualizzarlo, ma non c'è nessun nesso, neppure lontano, fra Snowpiercer e le due schifezze di cui sopra...eppure nella mia mente sono rimasti associati. Neppure il fatto che al posto di quell'attore imbarazzante che va sotto il nome di Steven Segal ci fosse Chris Evans è bastato a rompere la connessione nella mia testa!

Poi, un giorno, non so dove, ne ho letto bene e mi sono incuriosito. Così ho deciso di guardarlo e...il film c'è!

Film d'azione dall'ambientazione bizzarra, carico di significati metaforici abbastanza espliciti e di questioni morali più complesse, si lascia guardare con gusto e ti lascia parecchio.

La premessa della storia e qualche aspetto del film sono tenuti su con gli stecchini, ma da un lato in un film d'azione spesso questi aspetti restano in secondo piano, dall'altro è così forte il parallelismo sociale che il film tratteggia, da risultare inutile cercare di trovare la perfetta coerenza.
Non c'è.
Ma non conta, perché c'è un film che ci divide in gruppi sociale, ci inserisce in un sistema, ci fa pedine di un gioco perverso che non controlliamo, ci parla di perdizione e redenzione con tanto di ascesa verso...un luogo dove nulla può ugualmente cambiare. Ci parla dell'eterna illusione del cambiamento e degli equilibri fragili e necessari che ci circondano.
La soluzione è forse quella del fattone del film (spoilerino) o forse quello è il disastro maggiore: l'illusione di poter scardinare gli schemi ed uscire dal sistema, di poter reinventare un altro sistema diverso da quello che ci tiene sì prigionieri, ma al sicuro.
Peggio dell'illusione della rivoluzione. Peggio del tradimento dei sogni.

Un pugno in pancia attutito giusto dal fatto che è un film d'azione e l'azione certo non manca, con anche qualche trovata brillante e qualche momento emozionante e che la metafora, che c'è, resta asservita al racconto: non è un film didascalico e non è un film di "denuncia" sociale. Si tratta di qualcosa di diverso: la rilettura della nostra società, espressa secondo schemi e compartimenti separati. Il racconto di un viaggio al suo interno, la consapevolezza dell'orrore in cui ci culliamo (sì, perché ce la raccontano "dal basso", ma noi sappiamo sempre di essere in realtà abitanti dei vagoni di testa e con cosa paghiamo il nostro benessere), la constatazione che ci sono poche alternative all'interno dello schema in cui siamo e soprattutto non c'è un modello alternativo con una prospettiva di sostenibilità.

Al di fuori del nostro mondo, delle altre carrozze del nostro treno, c'è solo un freddo pazzesco...come quello che abbiamo dentro.




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9 ottobre 2013

Di razzismo e del superamento di sé

Secondo me dovrebbero mettere una rete a metà del mondo.

Perchè? Chiedo con una mezza risata, aspettandomi una battuta bizzarra.

Per dividerlo. Così chi è di là non può venire in Italia.

Shock.
A parlare è la mia piccola principessa, Sofia, 5 anni e mezzo...quasi 6. Prima elementare.
Mettiamo in ordine le idee: mondo, Italia, rete, venire qui...troppo difficile per lei.

Tesoro, dove hai sentito questa idea?
Da nessuna parte l'ho pensata io.
:(
Oh Cazzo, penso.

Ma con chi ne hai parlato prima di me?
Con nessuno, papo.
Cazzo di nuovo.
Penso.

Ok....proviamo a circoscrivere: Perché lo pensi?
Perché in classe mia c'è una bambina che non è dell'Italia. Parla poco l'italiano e la mastra le ripete le cose un miliardo di volte, ma lei non capisce.
Cazzo a ripetizione. La scuola. La compagna. Cazzo.

Da qui parte un discorso lungo e il mio spiegarle che le persone non scelgono dove e da chi nascere, quindi non ne hanno colpa nè merito, non vanno giudicate per questo, come per il loro aspetto. Che loro sanno l'italiano perché papà e mamma parlano italiano, chi viene qui con genitori che non lo parlano deve impararlo, e se si impegna per farlo, bisogna aiutarlo: sta facendo più fatica di tutti e merita quindi l'aiuto collettivo per il suo impegno e per la sua situazione. Che le persone vanno giudicate per le loro azioni, per quello che scelgono e per il loro impegno nell'attuare le loro scelte, ecc...

Ora il tema è: i concetti espressi sono troppo complessi per lei che non ha neppure capito bene cosa sia l'Italia e il mondo. A scuola hanno parlato della recente tragedia a Lampedusa e sicuramente il tema della "gente che viene in Italia" è uscito. Forse anche l'idea della rete...delle persone ripescate come fossero tonni, potrebbe essere uscita, in qualche malaugurata analogia. Come si formino le associazioni nella mente di un bambino è spesso complesso, mentre altre volte è così semplice che nessun adulto riuscirebbe mai ad arrivarci.
La compagna che parla male l'Italiano non può essere che uscito a scuola, come discorso. Da chi? Un compagno che ha ripetuto a pappagallo la frase di un fratello/genitore idiota? Un bambino più grande nell'intervallo? La maestra*?!?!? Sono mille le possibili fonti e forse lei stessa ci ha messo del suo....
Preferisco non pensare male e non farmi preconcetti, ma approfondire.

Nella mia mente, a freddo, si insinua un pensiero, un collegamento. I vestiti nuovi dell'Imperatore. Sì proprio la fiaba di Andersen.
Gli adulti adottano una serie di schermature "sociali" fra il pensiero e la parola**. I bambini, per fortuna, no.
Sofia potrebbe aver espresso un ancestrale fastidio per il diverso, una voglia di poter primeggiare.
Potrebbe aver espresso una parte istintuale e innata.

Potrebbe aver detto quello che molti pensano ma non osano dire. Addirittura quello che molti pensano senza il coraggio di ammetterlo con se stessi o senza neppure saperlo (caso vuole che solo due giorni fa scherzassi sul fatto che la maggior parte delle persone non ha idea di chi sia e non si conosce per nulla).

Potrebbe cioè aver gridato "il Re è nudo", quando i grandi lo hanno pensato senza dirlo.

Sinceramente non lo credo: ha detto una frase troppo difficile perché sia sua e troppo poco immediata perché sia spontanea, però....
Anche se fosse così, mi viene da dire, la perdita di spontaneità è veramente una perdita, ma l'evoluzione dal pensiero animale, il soggiogamento cioè di alcuni istinti naturali alla mente razionale e ad obiettivi più a lungo termine della mera sopravvivenza a cui l'istinto ci guida, non lo è.
Se anche il razzismo fosse innato*** (nell'uomo o anche solo in alcuni uomini), sorpassarlo è una parte del diventare grandi e del capire che il mondo si può vedere da mille prospettive differenti: il razzismo è solo l'incapacità di cambiare prospettiva e la paura di farlo (che poi è fonte, più in generale, della paura del diverso).

L'istinto va forgiato dalla mente, sin quando alcune cose che riteniamo (razionalmente e non in modo innato) fondanti non si vanno a incastonare nella nostra anima così in profondità da diventare parte integrante dell'istinto stesso, con cui prima cozzavano.
Possiamo modificarci nel profondo, lavorando su noi stessi. Bisogna sapere di potere, ma anche volerlo fare. E avere molta, molta pazienza.
Compito mio, in qualità di padre, è fornirle il contesto culturale in cui crescere e un appiglio per ogni idea, uno specchio in cui riflettersi quando ne ha bisogno e uno stimolo per ragionare su tutto, se non anche un aiuto per evolvere che vada al di là della sola educazione. Questo è il ruolo della famiglia, a cui è necessario che si affianchi la scuola, altrimenti l'impianto educativo è debole. Inesorabilmente. Come lo è quando la scuola non è supportata dalla famiglia.
Compito ancora più difficile è fare tutto questo aiutandola senza indirizzarla in modo coercitivo....

Sorpassare una lacuna grave come la discriminazione razziale con un solo processo intellettuale, non è sufficiente. Sin quando il superamento non è totale resta sempre lo sguardo sbagliato, la diffidenza intrinseca, il senso di paura e di superiorità.
L'istinto è importante e la nostra parte animale è fondamentale, a mio modo di vedere, ma a volte, crescendo, è indispensabile passare per un processo di ristrutturazione, nel puro spirito del destroy, erase, improve.

...che poi un problema nel sistema scolastico ci possa veramente essere, non è il tema. Ma oltre che vedere il problema bisogna trovare una soluzione soddisfacente e costruttiva.

Il Re è nudo, negarlo può essere stupido, ma invece che deriderlo varrebbe la pena di rivestirlo.



* Solo questo weekend mi ha detto che lei è nata a Milano perchè l'ha voluto Gesù. Allora le ho detto di no, che era nata a Milano perchè papà e mamma vivono qui. Questa frase che collego solo ora mentre scrivo, mi fa rabbrividire nuovamente. L'idea che un dio scelga dove si nasce è facilmente associabile all'idea che Dio di abbia messo lì per un motivo e tu lì debba stare. Idea non dissimile alla concezione delle caste per gli indù, come premio/punizione delle azioni delle vite precedenti e quindi giustificazione divina dei soprusi di alcuni su altri.
**Qualcuno dice che io ne dovrei usare di più...ma questo è un tema che affronterò presto...e sviante.
*** Non credo che lo sia in quanto tale, ma credo che la paura dell'ignoto lo sia. Da qui il passaggio per un certo razzismo (quello in realtà culturale, che solo casualmente corrisponde macroscopicamente a una differenza razziale vera e propria) è facile. Più difficile capire il razzismo propriamente detto, in una società che inzia, finalmente, ad essere mescolata, sebbene non ancora integrata.





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7 ottobre 2013

Specchi

Se vado sott'acqua non respiro e dopo un po' muoio.
Se lo fai tu...anche (ammesso che tu non sia il primo pesce che legge il mio blog).
Questo lo so: so che questa mia caratteristica è condivisa dalle altre persone.

Se mi prendi a pugni mi fai male.
Se ti prendono a pugni, ti faccio male. Spesso. Ci sono dei masochisti che apprezzano il dolore.
Questo lo so: so che questa mia caratteristica (il provare dolore per delle percosse) è comune fra le persone. Abbastanza comune da poterla dare per scontata, non senza qualche probabilità d'errore.

Spostandomi dal mondo "fisico" a quello interiore so che esiste la paura del diverso e che, in misura differente, ne siamo tutti soggetti. Dove tutti è ovviamente una generalizzazione.
Esiste la paura della solitudine. Esiste la paura della privazione. Esiste la ricerca della felicità.

Abbiamo tanti tratti comuni.
Ma non tutti, solo la maggioranza di noi. Una maggioranza abbastanza diffusa da poterla considerare, statisticamente, la totalità. Una maggioranza, oltretutto, marginalmente diversa per ciascun singolo tratto.

Non tutto è così. Abbiamo fedi diverse, orientamenti politici diversi, molti valori di base diversi.
Abbiamo anche processi interiori diversi. Forse proprio su questi casca l'asino.

Il problema è che mentre il mondo esteriore lo esploriamo anche nostro malgrado (vediamo cioè che tutti gli uomini non hanno le branchie e sott'acqua tendono a soffocare), quello interiore è opaco.
Il nostro lo conosciamo (ecco, già questa è una generalizzazione grossa...diciamo che chi si esplora lo conosce, i più non hanno nessuna idea di chi siano, né hanno mai raccolto alcun indizio che lo suggerisca), l'altrui meno.
C'è la questione dell'esplorarlo senza che il "proprietario" ci inviti ad entrare, che è sia difficile che a volte pericoloso (a me piace un sacco farlo...), come la questione della fiducia quando invece ci viene raccontato dal diretto interessato (dove si ferma il racconto? Quante omissioni? Quante mezze verità o complete bugie?).

Mancando la conoscenza diretta, la riprova statistica e addirittura la possibilità di aperto confronto, riflettiamo.
Non nel senso che "pensiamo", ma proprio nel senso che proiettiamo sugli altri il riflesso del nostro "io", dando per scontato che l'altro di fronte a noi abbia delle caratteristiche simili e soprattutto dei processi interiori simili. Gli altri fanno così con noi e diventiamo specchi dell'io altrui, per ciascuno diverso: riflettiamo un'immagine per ciascun osservatore, l'immagine dell'osservatore stesso.
Questo ci porta a non vedere chi abbiamo di fronte, ma la nostra immagine specchiata che maschera l'interlocutore. Crediamo di capire prima di avere osservato, perché proiettiamo il nostro pensiero sugli altri e li consideriamo nostre immagini speculari.
Sempre con un po' di buon senso, certo: evitiamo di rifletterci in persone palesemente diverse. Ma non tanto buon senso, in fin dei conti: diamo per scontate cose che non lo sono affatto, e lo facciamo sistematicamente.
A volte poi consideriamo diverse persone che lo sono solo esteriormente, ma ci sono molto simili interiormente...ma questo è un altro discorso, che sfocia in altri mille discorsi (non ultimo il razzismo), che non è il caso di trattare qui.

Io sono, di natura, molto portato all'introspezione e, come scrivevo sopra, molto propenso a non farmi i cazzi miei, a guardare dietro la maschera delle persone, a scrutarne le idee e i processi mentali che portano dalla loro parte dogmatica alle idee concrete.
Questo non mi esime dal "riflettere", riduce solo drasticamente la base di elementi che do erroneamente per scontati. Il rovescio della medaglia è che scruto in angoli più nascosti, mi avvicino spesso ai miei limiti, dove ho le stesse probabilità d'errore di tutti.

Il pericolo maggiore, credo, è quello di scrutare attentamente se stessi e dimenticarsi di farlo con gli altri. Si arriva così a una profonda conoscenza di sé e congiuntamente alla totale ignoranza degli altri, fatto che paradossalmente limita molto l'autocoscienza, perché solo inserendoci in un contesto e capendo il limiti intrinsechi da esso stabiliti possiamo correttamente leggere il nostro io.
Risultato: il mondo diventa apparentemente uno specchio del nostro ego, ma in realtà ci è totalmente precluso, dagli specchi che noi stessi ci siamo messi attorno.

Paradossalmente proprio in un'epoca basata sull'immagine bisogna imparare ad osservare veramente e dare meno per scontate le persone. Soprattutto quelle speciali.

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19 giugno 2013

Chi sono?

Lui poteva rispondere Bond, James Bond e con questo identificarsi come individuo in molte delle sue caratteristiche.
A Mr. Wolf andava un pelo peggio, doveva aggiungere "risolvo problemi", per far capire chi fosse: la sua caratteristica dominante, sufficiente a descriverlo nella sua interezza.
Per gli altri è più difficile.

Sono i miei pensieri o sono le mie azioni? O sono ciò che mangio?! No, dai, almeno le provocazioni vegetariane le posso escludere, per oggi.
Se ho fatto/pensato qualcosa lo sono per sempre?
Se sono in gradi di fare una cosa, ma non la faccio? Come la valuto?

L'intenzione non è peccato, è, al più, tentazione. Le tentazioni, le pulsioni, gli istinti personali mi definiscono solo se sono io ad osservarmi; sono trasparenti agli altri, sin quando non le manifesto con parole o azioni.
Sono quindi almeno 2 persone: me visto me e me visto da fuori. Preso questo cammino, sono probabilmente N+1 persone, se N sono gli osservatori.
Un passo in più e sono N+2 persone, aggiungendo un me che esiste ma che nessuno, neppure io, conosco, il me oggettivo. Inconoscibile, al più intuibile.

Facendo finta che tutto sia ora, eliminando cioè l'evoluzione, ciò che ho fatto nella mia vita non definisce ciò che sono. Definisce dei confini molto più vasti che rappresentano ciò che sono in grado di fare: ciò che potrei essere, un "io potenziale".
In questo vasto territorio, io mi posiziono. Nel tempo (qui torna l'evoluzione), scelgo un posizionamento diverso all'interno del territorio di ciò che sono in grado di essere.

Ho fatto cose brutte, come tutti. Ho fatto altre cose positive, a mio avviso. Non le reitero all'infinito, ma so di averle fatte, di essere stato in quel pezzo del mio io potenziale in un dato momento e forse di poterci tornare.
Conosco le mie potenzialità, ma non le esercito in continuazione e non mi definiscono, se non nell'ottica di una pedissequa descrizione, non pesata, di me.
L'ANSA delle mie azione le riporta, nessun editoriale le citerebbe.

Vivo nel mondo: dove mi posiziono rispetto al mio io potenziale dipende da dove mi trovo nel mondo. Fuori dal mondo vedo forse il mio io potenziale, più probabilmente un io idealizzato e che non esiste in atto, ma solo in potenza.

La risposta a chi sono non la posso trovare in me fuori dal mondo, perché fra l'essere in potenza e l'essere in atto c'è lo stesso mare che c'è fra il dire e il fare, con in più la foschia che spesso nasconde le conseguenze delle azioni...
Perchè cosa sono dipende da cosa scelgo di compiere realmente in rapporto alle persone che ho di fianco. Quello mi definisce in ogni dato momento...cosa conta che potrei fare altro?!? Serve per esempio ad aggravare il brutto di me se scelgo di compiere azioni negative sapendo di poterne fare di positive, o viceversa ad esaltare un me virtuoso se scelgo di compiere azioni positive quando avrei potuto abbandonarmi ad azioni negative.
Il mio io potenziale, cioè, mi definisce anche per il dove non sono, ma solo ai miei occhi, che so consapevolmente che avrei potuto essere in un altro luogo, ma ho scelto di essere lì, con tutte le implicazioni che questa scelta può avere.

Possiedo il libero arbitrio e scelgo cosa voglio essere fra ciò che posso essere. Questa scelta mi di definisce. Questa scelta sono io. Una stupida risposta, l'unica che fa la differenza...


...magari ogni tanto fantastico su cosa sarei se potessi...


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15 giugno 2013

Moti rivoluzionari

Il cielo stellato dà sicurezza a chi lo conosce. Le stelle sono lì, immobili, a fornire le coordinate ed  il verso del mondo.
Le rivoluzioni sono fondamentali nella vita: è indispensabile a volte prendere tutto e rivoltarlo come un calzino, cambiare i riferimenti, vedere cieli stellati differenti. Lo è, almeno, per me e per chi come me non accetta di scivolare dalla punta dei peli del coniglio...lo sono per altri, inconsapevoli vittime di un inarrestabile moto.
Il problema, con le rivoluzioni è che presto o tardi ti riportano al punto di partenza, a quel cielo stellato che conoscevi perfettamente, quello stesso che volevi modificare.

La rivoluzione non è un modo per avanzare, pur nell'illusione di farlo. Può essere un valido per mettersi in movimento, certo, ma poi un moto ellittico ci riporta al punto di partenza.
Qualcuno ci mette anni, qualcuno mesi. Ad alcuni bastano un paio di settimane...e non si muovono mai, realmente.
Per questo, capendolo, a un certo punto della vita, crescendo (e soprattutto maturando, cosa che non va certo di pari passo con l'età biologica) si smette di essere rivoluzionari e si inizia a diventare progressisti. Si mira ad evolvere, cioè, non più a ribaltare tutto senza un'idea di approdo.
Avanti, sempre. Avanti, sperando che la direzione sia buona.

Per questo molti eterni rivoluzionari sembrano girare a vuoto, senza evolvere.
Perché, semplicemente, non lo fanno. Una piccola precessione del loro perielio li tiene solo aggiornati al mondo circostante, eppure immobili.

La fisica non può mutare una rivoluzione in una evoluzione: un anno siderale e il cielo stellato torna lo stesso.

L'uomo e la mente possono: cambiare orbita non è impossibile, bisogna volerlo e impegnarcisi a fondo. Bisogna mettersi in gioco ed essere disposti a perdere per sempre il cielo che dava sicurezza.

E bisogna avere un centro di gravità attorno a cui farlo, per non perdersi nel vuoto cosmico...che sia quello dello spazio o quello interiore.
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12 giugno 2013

Lo slogan è (un po') fascista di natura?

Silvestri era più convinto nel cantarlo. Io un po' meno. Lui ne ha fatto uno slogan, dandosi (apparentemente) del fascista da solo.
Io ne faccio un dubbio, facendo di me...il solito uomo con molte domande e poche risposte, ma per fortuna alcune linee guida solide e profondamente ancorate.

Sabato sono andato a un concerto in favore del movimento di evoluzione/rivoluzione sociale equadoregno. Suonavano i The Gang, gli Assalti Frontali e la Banda Bassotti.
Il primo gruppo non l'ho mai degnato di grande attenzione neppure negli anni 90, quando ero più vicino a certe "manifestazioni" musical/politiche e loro avevano una risonanza ben maggiore, e ne ricordo una sola canzone.
Gli Assalti Frontali hanno contribuito con quel gran capolavoro che è Conflitto (anche questa volta dimenticato dal vivo), prima e con quell'altro gran disco che è stato Banditi ad avvicinarmi all'hip-hop e a farmi riflettere su tante cose. Non a caso Conflitto ha il suo elemento di maggiore bellezza nell'essere un disco con molte domande, molti dubbi, molto disagio, poche risposte, ma delle certezze salde e della altrettanto salde linee guida.
La Banda Bassotti è...uno slogan via l'altro: orgoglio e appartenenza. Orgoglio per l'appartenenza. Appartenenza a una idea e ad una non idea: all'idea di una società "comunista" ed all'idea dell'antifascismo come elemento di unione e coesione. Appartenenza alla lotta. Appartenenza a una collettività che costituisce un mondo alternativo. Appartenenza all'odio contro un diverso che non può che essere odiato.

Del fatto che io non sia disposto a definirmi tramite una negazione ho già parlato secoli fa, quando ancora scrivevo sul defunto yahoo 360 (rip), non ha senso parlarne ancore e sarebbe comunque un'altra storia.

Devo dire che quella fila quasi infinita di slogan mi ha fatto molto piacere. Era da tanto che non sentivo un senso di appartenenza, anche a causa dell'essere diventato sostanzialmente un orfano politico, da vari anni ormai. Era tanto che mi sembrava che quell'identità non esistesse più. Sentirla urlata e ripetuta, elevata a slogan dal palco e rimbalzata dal pubblico, mi ha dato una certa gioia.

Con tutto questo è vero che probabilmente molti nel pubblico non sapevano bene di cosa si parlasse...e forse anche qualcuno sul palco marciava più sullo slogan come elemento di cieca aggregazione che che come portatore di contenuto.

Slogan usati per fare branco, per appiattire il dialogo, per semplificare oltre la barriera in cui le differenze sono ancora significative.
Ma è uno slogan appunto. Ne è la natura. Questa natura è fascista? Un po'. In generale è molto di destra, nella sua idea che esista un noi (quelli raccolti nello slogan) e un loro esterni a noi (quelli contro cui è rivolto lo slogan), eterni e immutabili. Non punti di vista, ma realtà assolute.
Cioè "il male" descritto come assoluto e non dipendente dal punto di vista, costante ed estraneo a noi come lo descrive spesso la destra e lo descrive bene Antonio Caronia.
Lo dico subito per evitare incomprensioni, la Banda Bassotti questo non lo fa: più esplicitamente partigiana e schierata di così è difficile anche solo concepirla.

Detto questo, però, lo slogan può essere anche una semplificazione che unisce, laddove è chiaro che la verità non si ferma a quelle poche parole. Il fatto che sia un titolo, non implica che poi non si debba leggere il testo a seguire.
Se il titolo è accattivante si prova più facilmente lo stimolo ad approfondire. Se diamo per assunto che tutti quelli che ascoltano lo slogan conoscano il contesto che lo partorisce ed abbiano una condivisione di fondo, non tanto dello slogan in sè, ma di tutto il contesto di cui lo slogan è sintesi, allora si perde quel connotato "fascista" (che fascista, diciamolo pure, comunque non sarebbe, ma in Italia sembra che qualunque idea conservatrice o di destra si debba definire fascista...).

La verità, credo, sta sempre da qualche parte nel mezzo. C'è chi lo urla come coro senza sapere cosa dice e chi semplicemente festeggia la sua appartenenza con delle semplificazioni, dando per scontato, almeno in quell'occasione, tutto il contesto.

La deriva fascista di uno slogan antifascista è allo stesso tempo paradossale e tragica, eppure parzialmente inevitabile.
Compito di ciascuna persona che quello slogan lo urla, ma con consapevolezza, è diffondere il contenuto completo di cui lo slogan è sintesi. Parlare della lotta che c'è dietro. Del motivo di quell'urlo. Del suo obiettivo.

Nel nostro piccolo è d'obbligo non tagliare sulla cultura e l'educazione.

Ogni volta che un ragazzino canta, senza riflettere, che "l'unico fascista buono è il fascista morto" è mio dovere spiegargli che se non capisce nel profondo cosa significa e che è un'esasperazione e una generalizzazione utile solo all'aggregazione e non certo un inno allo sterminio di chi la pensa in modo diverso e assoluto, allora cantandolo sta solo descrivendo il suo suicidio come una cosa buona...allo stesso modo in cui Silvestri si è apparentemente dato del fascista da solo.
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2 giugno 2013

Persone speciali

Nella vita capita di incontrare un sacco di gente. Alcune persone interessanti, altre noiose, altre entrambe. Alcune sono frivole, altre profonde, altre fumose...
Le categorie sotto cui farle cadere sono tante e quelle più importanti sono tutte soggettive.

Sensibilità, intelligenza, stabilità, energia. Doti che ciascuno ha in misura differente e che a contatto con me posso generare armonie o dissonanze*. Le dissonanze si scartano, se non a volte; le armonie costituiscono la colonna sonora della vita che vorrei avere.

Io do molta importanza al dialogo: mi piace parlare con le persone (quasi quanto non mi piace parlare con la gente), esplorare nuovi territori intellettuali tramite il confronto verbale. Eppure le persone che fanno discorsi molto intelligenti, pur piacendomi moltissimo, non sono quelle che riescono ad essere veramente speciali per me: sono "solo" particolarmente intelligenti.

Le persone speciali sono quelle che sanno parlare, raccontandoti qualcosa che magari non è neppure particolarmente interessante o importante, inserendo delle frasi che arricchiscono il dialogo di un significato maggiore, ma di per sé non fondamentale. Quelle frasi particolari hanno il potere di entrarti dentro, scavare dei cunicoli dentro la tua testa come dei tarli e poi, trovato un angolo comodo, passare allo stadio pupale, sedimentare, sino a tramutarsi in farfalle che volano in alto e ti portano in alto con loro, facendoti rivedere il mondo con una nuova consapevolezza, da un nuovo punto di vista.
Questo processo, a mio avviso, è più forte della comunicazione diretta dei medesimi concetti, perchè non ti mette dentro il pensiero altrui, ma ti stimola a tirare fuori una nuova consapevolezza, forse già presente in embrione e sepolta**.
Molto socratico, come procedimento, in effetti.

Questa dote va al di là dell'intelligenza e non è neppure detto che vi sia collegata in modo esplicito ed evidente (secondo me è, anche, una forma di intelligenza, magari non convenzionale); si tratta piuttosto della capacità di irraggiare una profondità di spirito che attecchisce in chi è in sintonia ed è recettivo, stimolandolo a sua volta ad evolvere, fornendogli uno spunto che diventa domanda e gli fa trovare la sua risposta persona, invece che comunicargli direttamente e con tono universale "La risposta".

Queste persone***, per me, sono persone veramente speciali, perchè arricchiscono sicuramente la mente, ma congiuntamente nutrono lo spirito e lo rendono più grande.

A me, almeno, succede così.




*Parlando di armonie e dissonanze mi viene da dire che queste si generano quando io sono una nota e loro un'altra. Singolarmente abbiamo entrambi il nostro senso e bellezza, l'accostamento può essere armonioso o dissonante. Non c'è giudizio sull'altra persona (nota) con cui si genera dissonanza, solo una valutazione dell'accostamento.

**Il discorso, un po' sfumato e meno personale, si applica a qualunque comunicazione, anche non verbale e diretta, per esempio in varie forme d'arte e letteratura.

***Riprendo il discorso di armonie e dissonanze: questa "risonanza" del pensiero altrui si forma in rapporto con l'ascoltatore, quindi una personsa speciale per me, può essere banale per un altro, e viceversa. Alcuni artisti assurgono al ruolo di culti perchè hanno la capacità di instillare quella scintilla nell'animo delle moltitudini, ma anche con loro ci sarà sempre qualcuno con cui la loro nota suona male...
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31 maggio 2013

D'orologi e d'amori

Quando le cose si rompono, si possono mettere a posto, si possono aggiustare. A volte l'ingranaggio rotto di un orologio può essere riaccomodato e le lancette di conseguenza, ricominciano a girare.
Qualcuno crede che questo sia vero anche per i meccanismi fra le persone, quelli che le fanno girare armoniosamente insieme, a tempi diversi, ma nello stesso quadrante.

Questa visione del mondo è tanto poetica e rassicurante quanto puerile.
Non voglio dire che nulla, quando si rompe, sia mai aggiustabile, ovviamente.
Nè nel mondo fisico (dove è evidente), nè in quello interiore, più spirituale. Solo che a volte l'ingranaggio rotto si può aggiustare, le lancette ricominciano a girare, magari armoniosamente...eppure l'orologio si era fermato e dopo, quando sarà ripartito, segnerà per sempre l'ora sbagliata.
Senza sapere in qualche modo che ora è, ed è una conoscenza esterna all'orologio rotto, non c'è modo di reimpostare l'ora giusta. Quella conoscenza presuppone una profonda consapevolezza condivisa fra tutte le parti di sè nel tempo.

Sarà un orologio funzionante, meccanicamente, ma sbagliato, nella sua sola parte essenziale.

...Guardarlo non ha più senso...
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27 maggio 2013

Hushpuppy ed il cambiamento.


"l'universo è fatto di tante piccole e fragili parti in equilibrio fra di loro", o qualcosa di simile, recita Hushpuppy, bambina protagonista di 'Re della terra selvaggia' (traduzione discutibile di Beasts of the Southern Wild). E poi ancora "basta che una di queste parti si danneggi per far crollare tutto l'universo".

Visione affascinante, forse, del mondo. Oltretutto, per quanto riferita principalmente al mondo esteriore, è estensibile a piacimento verso il mondo interiore, a cui del resto accenna.
Per certi versi è rassicurante, perché ammette un equilibrio "sostenibile" e pone l'accento sull'averne cura. Per altri versi è allarmante, perché la fragilità comporta una continua attenzione.

Io sinceramente vedo il mondo da tutta un'altra prospettiva, quindi dissento profondamente da questa visione del mondo e non mi ci è voluto neppure tanto per razionalizzare da dove mi uscisse questo senso di fastidio e di distacco.
Hushpuppy vede il suo mondo minacciato dal cambiamento, fisico e sociale. La convinzione alla base è che questo cambiamento porterà a dei disastri, ecologici in primo luogo, ma con impatti e ripercussioni su tutto e tutti.
Lo spirito ecologista del film è strano, a causa dei toni sicuramente molto originali, che lo mascherano e lo mettono in risalto insieme; lo sostengono o lo mettono in discussione. Il film è un originale film di formazione che racconta il passaggio di questa bambina particolare, nel mondo degli adulti. L'assunzione di responsabilità e consapevolezza, la sconfitta delle paure infantili in favore di un coraggio adulto, con cui affrontare la vita. Consiglio assolutamente il film, per la sua originalità, la sua poetica, la sua dolcezza, alcune sferzate al mondo "normale".... ma non posso non dissentire da molte delle tesi di fondo.

Credere in un equilibrio di base immodificabile se non a costo dell'apocalisse, significa essere, nel profondo, conservatori di uno status esistente quanto arbitrario.
Arbitrario, sì, perché non è "originario", detto che l'equilibrio originario esiste per sua definizione solo in una concezione creazionista del mondo, ma è semplicemente quello attuale (nel film) se non di una qualunque epoca passata a cui molti conservatori tendono, idealizzando ciò che fu per il mero fatto di essere stato senza averci portati all'apocalisse.
Credere che girare una rotellina di un ingranaggio potrebbe distruggere l'intero meccanismo, non è in sé sbagliato ed in alcuni casi può anche essere vero. Sicuramente prenderlo a martellate non aiuta. Ma questo significa solo che le modifiche possono essere deleterie, quindi farle a casaccio potrebbe non essere fra le scelte più sicure.

Non ammettere la possibilità di modificare l'attuale significa arrogarsi il diritto di decretare che si è raggiunto il mondo migliore possibile, o almeno che lo sforzo evolutivo non vale il risultato ottenibile. Sottende, oltretutto, che la situazione contingente sia perpetrabile in eterno.

Io leggo il mondo in modo molto diverso, in chiave dialettica: non c'è nessun equilibrio stabile e ideale, ma una continua evoluzione, in cui determinate pulsioni fanno da contraltare altre pulsioni preesistenti e ne costituiscono l'antitesi, sin dove le due forze non raggiungono una sintesi dei loro elementi caratterizzanti, che è sia l'inizio di un nuovo ondeggiare, che parte di altre pulsioni (tesi) e reazioni (antitesi) che già erano in contrapposizione prima. In parte sembra un tiro alla fune fra forze contrapposte, ma soprattutto è l'alternarsi storico di tentativi, esagerazioni, passi indietro, nuovi tentativi...un continuo cambiamento che parte da dove siamo e ci porta in un posto nuovo, non sempre migliore, ma parte di una evoluzione a cui tendiamo. Anche un minimo locale serve, in questo processo, per dare una spinta in altra direzione con la giusta forza.

Il mondo è fatto di onde continue e di infinite armoniche. Il loro ritmo non è necessariamente regolare, ed è spesso perturbato da sovrapposizioni inattese. Il gesto di "rompere" alcuni pezzi del mondo è un effetto collaterale del farlo progredire se non addirittura lo strumento grazie al quale sorpassiamo uno status quo e riusciamo a lasciarcelo alle spalle.

Non c'è vita che valga la pena di essere vissuta senza evoluzione: c'è solo sopravvivenza.

Uscendo dal sociale ed entrando nell'individuale, mi pare evidente l'importanza e la bellezza dell'evoluzione ed il suo moto dialettico.

Forse è poi così evidente, però. Del resto molti rimpiangono l'infanzia o l'adolescenza, cose se esistesse quell'età dell'oro a cui voler tornare e da dover conservare all'infinito.

Questa non è la mia visione del mondo. Non è la mia morale.

Questa mia visione è opinabile tanto quanto l'altra. Quello che emerge è il filo sottile che le rende internamente consistenti, ma delinea anche la divergenza e inconciliabilità fra queste posizioni.

E qui, come nel film, parlo del'universo, del mondo esteriore e anche del mondo interiore. Del fisico e del metafisico. Di quello strano mischione poco comprensibile che è la vita....

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28 marzo 2013

Punti di luce

Qualche settimana fa ero in pista con le mie pupe e il cielo è volto a quel bianco uniforme che significa una cosa sola: neve imminente.
Sembra di essere completamente immersi nel latte, con cielo e suolo dello stesso colore uniforme.

Mi sono fermato a riflettere sulla stranezza di questa percezione. Tutto era illuminato. Tutto rifletteva luce.
C'era luce ovunque, ma non era il senso di ben illuminato. Mancavano i punti di luce, o meglio erano infiniti, quindi non individuabili. Ogni millimetro di neve o di cielo era un punto di luce.
Risultato: nessuna ombra.
Senza ombre è praticamente impossibile stabilire la struttura spaziale di un luogo. Sembra una cazzata, ma...è così.

Chissenefrega, ovviamente.
Ma è da qui che la mia mente si è mossa per il suo pippeggio quotidiano.
Mentre ero immerso in questa situazione allucinante, mi è venuto da pensare a come sia totalmente generale e si possa astrarre.

Senza dei punti di luce risulta quasi impossibile distinguere le superfici (sì per i pignoli, fra cui io, stiamo assumendo che il mondo sia  monocromatico...e che palle, un po' di fantasia, no?!?) e si è totalmente persi.
Nella neve come nella vita.
Credo che questo sia vero sia per chi cammina sulla "retta via", sia per chi cammina nel "left hand path". Indipendentemente dal proprio percorso, sono le differenze nei toni a darci il senso dello spazio attorno e a guidarci, nel senso che grazie alle differenze percettibili abbiamo la possibilità di scegliere dove vorremmo andare.

Non serve che tutto sia illuminato per capire dove andare. Nella notte può bastare un faro, anche quando c'è tempesta.
Anche i "figli della luce" hanno bisogno dell'ombra per orientarsi: nella sola luce non possono altro che galleggiare.

Che per definire un ambiente serva sempre un punto di vista è insito nel mio vedere il mondo e lo do per scontato. Non avevo mai riflettuto di quanto fosse importante invece un punto di luce: da dove si illumina la scena. Ce ne possono essere molteplici, ovviamente, ma sempre individuabili.
Ho quindi riflettuto sull'importanza di trovare dei punti di luce: non basta una luce diffusa, anzi è deleteria.

Metaforicamente parlando, persone importanti (in senso soggettivo, non i VIP, che quelli non contano nulla) e ideali (così come anche la fede, per chi ha la sventura di averla) sono punti di luce che illuminano il percorso e definiscono lo spazio. Ciascuno ha i suoi, chi più, chi meno.
La loro assenza genera un buio totale, in cui ci si può muovere solo a tentoni. L'eccesso di punti di luce però genera un mondo senza ombre, dove tutto è quasi altrettanto indefinito.

Per inciso mi viene in mentre che pensare di non essere nè di destra nè di sinistra è assurdo come essere sia di destra che di sinistra (che ovviamente sono entramabi diversi dal dire che si è di destra su certi argomenti e di sinistra su altri). Cioè è assurdo definirsi, come "spazio" intellettuale, in assenza di luce o con luce da tutte le parti.

L'importanza di questi punti di luce si percepisce forte quando se ne spengono alcuni o anche solo uno. La scena, la stessa scena che prima era illuminata da più punti di luce, dopo ne ha uno in meno e cambia, anche radicalmente: superfici illuminate diventano in ombra, angoli prima ben visibili possono diventare nascosti dal buio, interi oggetti dell'ambiente possono sparire nelle tenebre.

Quando una idea (o ideologia) si avviluppa su se stessa e muore, quando la fede si spegne, quando una persona fondamentale viene a mancare o si allontana da noi, succede questo. Un pezzo della nostra scena scompare inghiottito dal buio.
Quando troviamo l'illuminazione (eheh, sì, si dice così non a caso) di una idea brillante (e rieccoci!!), si ha la visita della fede o si trova una persona eccezionale che arriva nella nostra vita, la scena non cambia meno: compaiono oggetti, angoli e forme prima invisibili.

Oh, intendiamoci, alcune persone illuminano lati della nostra scena che non vorremmo vedere, perchè sono brutti, perchè li usiamo per buttare la spazzatura della nostra anima. A volte scegliamo di allontanarci da persone speciali per attenutare la loro luce sulla nostra vita...
Mi limito alle persone, per semplicità di narrazione, il discorso regge e chi vuole fare parallelismi ha già il sentiero tracciato.. 

Ma quando ce ne sono troppe, di persone speciali, nessuna è più speciale. Non solo perchè in un mondo di mostri nessuno è più un mostro, ma anche perchè perdiamo di vista cosa loro illuminino nella scena della nostra vita e la scena stessa diventa tutta bianca senza sfumature. La vediamo benissimo, o almeno così ci pare, ma non riusciamo più a vedere le ombre, e lo spazio si deforma, e le sagome scompaiono. Spegnendo una luce in una miriade la differenza è impercettibile...
L'effetto finale non è dissimile dal chiudersi in un mondo con solo se stessi, senza neppure una piccola lucina (e se poi noi fossimo la nostra luce e ci fosse coincidenza perfetta fra punto di luce e punto di vista? uhm...affascinante, la metafora mi ha riportato nel mondo reale per un attimo e poi mi ha scaraventato in un'altra situazione su cui dovrei riflettere...ma non lo farò, o almeno non hic et nunc).

Sulle piste da sci, i punti di luce non li possiamo scegliere. Nella vita, parzialmente, sì.
Sceglierli e selezionarli.
La selezione è un processo emozionante, a mio avviso, e spesso sottovalutato.
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11 febbraio 2013

Riflessioni su Vita di Pi

Settimana scorsa sono andato da solo a vedere "Vita di Pi". Se non l'avete visto, ma vorreste farlo qui c'è un mega spoiler, quindi alla larga! Se non l'avete visto e non intendete vederlo...veramente vi interessa leggere?
Se invece l'avete visto...possiamo andare avanti ;)

Premettendo che il film mi è piaciuto moltissimo, indubbiamente c'è un passaggio che mi è rimasto incollato addosso e mi ha navigato nel cervello, galleggiando nei pensieri consapevoli e immergendosi in zone inconsce: l'isola cannibale.

Essendo il film un racconto fantastico e metaforico, ogni cosa del film è metafora.
L'isola cannibale non fa eccezione, anzi è un elemento troppo estraneo alla verosimiglianza da essere l'unico elemento "screditante" della lettura non metaforica.
Fra gli elementi importanti è anche l'unico di cui non viene svelato esplicitamente il "ruolo". Il motivo a mio parere è che non è metafora di un luogo o di un fatto fisico, ma di un luogo dell'anima (e a mio avviso fulcro del significato del film).

Si tratta della nostra "isola sicura" in cui ci rifug(g)iamo distaccandoci dal mondo. Il nostro luogo dove la tempesta non può arrivare. Dove il nostro spirito si rifocilla. Dove il dolore non esiste e il "brutto" è sconosciuto.
Si tratta del distacco dal mondo che usiamo per sopravvivere in mezzo alle tempeste della vita. E maggiore è la tempesta, più bella è questa isolachenoncè.

Mi rendo conto che sto parlando di una metafora con una metafora, oltretutto usando lo stesso linguaggio di quella originale, ma è il modo più esplicito e completo per parlarne.

La tentazione di rimanere sull'isola è grossa. Immensa. Solo la consapevolezza che ritirarsi dal mondo reale significa morire interiormente (e per Pi anche esteriormente) porta il personaggio ad andarsene.
Non ne è la consapevolezza, ma la paura, il vero motore, ma questo è un aspetto ulteriore da esplorare....un'altra volta.

Un fatto che trovo molto significativo è che Richard Parker salga sull'isola per sfamarsi ma non voglia restarci a dormire. Una significato nel significato, su come la nostra parte più bestiale rifiuti questi luoghi artificiosi della mente. Magari li usa (mangia), ma non riesce a trovarsi a proprio agio (torna a dormire sulla barca, pur soffrendo il mal di mare).

Visto che il film è un film dichiaratamente sulla religione (è la storia di come Pi ha incontrato Dio) non sono riuscito a non fare un salto concettuale forse azzardato e mi è venuta in mente la tentazione di Cristo nel deserto. Anche lì c'era la fame, anche lì l'isolamento. Anche lì una proposta allettante, diabolica nella sua essenza: abbandonare (perdere) se stessi, in cambio di una soluzione immediata ma snaturante e "meschina" del disagio.
La prima e la terza tentazione, in particolare, mi ricordano il contesto del film. Pi cede inizialmente, ma poi rifiuta.
Quelle tentazioni non sono la risoluzione dell'esigenza dell'uomo, ma la risposta a una domanda momentanea.

Astraendo abbastanza non riesco a non vedere in quel passaggio lo sprone a non accontentarsi di una soluzione temporanea che non risolve nulla.
Non vivere nell'agio di una menzogna che conosciamo come tale (Richard Parker non ci casca), ma ci illudiamo essere vera (Pi non si accorge di nulla sin quando non trova i segni espliciti del pericolo incombente).
A non lasciarsi ingannare dal miraggio.
A non ritirarsi dal mondo, ma raccogliere le forze, in qualunque luogo si riescano a trovare e ricominciare il viaggio.
E la lotta per sopravvivere.

La storia con la tigre è piaciuta più all'uomo. Ed è piaciuta di più a Dio, dice Pi.
La dolce bugia piace di più della cruda verità.
Suo padre all'inizio dice qualcosa che sembra circa "La fede è il buio della ragione", se non mi inganno.
L'isola è irrazionale, inverosimile, sovrannaturale.
L'isola è il buio dell'uomo e della sua ragione (e infatti gli armatori giapponesi non riescono a crederci), in cui rifugiarsi nella disperazione (e forse emerge la forte ambivalenza della sua positività come rifugio e negatività come trappola), da cui distaccarsi per tornare a vivere.
L'isola è divina.
L'isola è "il divino"?
Lettura nella lettura.
Forse eccessiva?

PS: ora vado a leggermi qualcosa sul film, che sino ad ora non ho fatto per non imbrigliare il pensiero e mi è venuta una voglia infinita di leggerne il libro!


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16 gennaio 2013

Controllo (e consapevolezza)

Da qualche anno (pochi, per la verità) ho imparato ad andare sullo snowboard. Sicuramente è stata una svolta nella mia vita sportiva, anche perché ha portato una quantità considerevole di nuovi stimoli, che come di consueto, si sono espansi ben oltre il loro originario ecosistema.

Una delle parole ricorrenti, imparando ad andare con la tavola, è "controllo".

La pista ha una sua inclinazione, una sua direzione. Dove siano l'alto e il basso è sempre determinabile (anche se non sempre univocamente).
Il controllo di cui si parla è il controllo sulla tavola, che è uno strumento "stupido" e scarsamente domabile.

La tavola non va in salita. Punto. Sì, si può saltellare per un po', ma poi lei scivola...nella direzione della discesa. O quasi.
La tavola non permette di sporgersi "avanti", a valle.
Significa cadere. Punto.
Niente repentini cambi di rotta, inerzia, ritardo fra azione e reazione, reazioni diverse al cambio della neve, scarsa presa sul ghiaccio (i lividi lo dimostrano bene!!).
La tavola conosce solo il baricentro e la lamina sulla neve.

Cosa diavolo è il controllo? Non si va in salita, non ci si può "sbilanciare", non si possono fare molte altre cose...
Il controllo è riuscire a dominare lo strumento nei limiti dello strumento. Magari anche forzandoli un po', ma mai annullandoli.
Si può andare veloci o piano, curvare, saltare, frenare, invertire ciò che è naturalmente avanti con ciò che è naturalmente indietro. Ma sempre in discesa e in equilibrio. Quasi.

Questo è il controllo anche nella vita.
La vita scorre (dall'alto in basso), si basa su equilibri e su regole (a volte condivise a volte individuali).
Controllarla non significa negare questi concetti. Non può significarlo.
Non possiamo invertire il tempo, non possiamo fare scelte "impossibili" (cioè, farle sì, aspettarci che funzionino è ben altra cosa). Possiamo forzare i limiti e rompere, per brevi momenti, alcune regole generali, forti di eccezioni particolari.

É così nella vita lavorativa, in quella sociale, in quella intellettuale, in quella sentimentale.
Soprassiedo sulle prime 2, che hanno sfumature troppo complicate e, paradossalmente, "soggettive".

Per la vita intellettuale, non possiamo pensare (o meglio applicare) pensieri non nostri. Possiamo scegliere assiomi per noi "falsi" e costruirci sopra un modello, possiamo pensarlo, ma poi non possiamo viverlo, perché gli assiomi nostri non collimano e il modello non sta in piedi: possiamo saltellare in alto, per un po', ma poi la pista scende in un'altra direzione.
Possiamo però indirizzare i nostri pensieri seguendo il flusso dei nostri valori (in questo caso sino a modificarli, lentamente). Possiamo frenare, curvare, fare piccoli salti, giochetti intellettuali nel nostro percorso (che a me vengono sicuramente meglio di quanto non mi vengano sulla tavola i vari trick in pista), possiamo uscire dagli schemi (che figata i "fuori pista" della ragione!!).

Con i sentimenti non è diverso. Forse più estremo.
Non possiamo odiare chi amiamo, né ignorarlo (non a lungo...i saltini in salita si possono sempre fare!). Oltre certi limiti cadiamo. E ci rompiamo. In mille frammenti.
Possiamo dirigere i nostri sentimenti verso forme più piacevoli, possiamo rallentare e lasciar fluire, o andare giù dritti ("Metto al tavola giù dritta e curvo solo dove curva la pista" come diceva Mauro), forse qualche fuori pista e qualche trick in pista (o meglio ancora in freestyle...ma "non conta quanto uno sia capace di andare bene in frista se ha la testa piena d'acqua fresca: chi pantomimo era pantomimo resta"...la citazione fuori contesto che sembra non c'entrare un cazzo, ma dice tutto!), non possiamo fare di più.

Il controllo è, almeno in qualche misura, una necessità. Senza siamo foglioline trascinate dal vento, quando va bene. Con il culo dolorosamente per terra, il resto del tempo.
La mania del controllo, la sua ossessione, ha un senso solo sin dove è ben chiaro che stiamo scendendo da una nera: una cazzata e si è per terra, una "eccesso" e il controllo invece che averlo si perde del tutto.

Questo non vuol dire non girare, non regolare la velocità, anzi!!, ma abbandonare i sogni di onnipotenza divina e accettare le regole del gioco.
In quel momento, durante quella svolta mentale che ci dà consapevolezza, si assume il controllo, quello vero.

Conoscere e accettare le regole.
E Dominarle.


P.S.: "Controllo" non è un termine ricorrente solo con la tavola, ovviamente, però la sua accezione cambia molto a seconda che si parli di sport "individuali" o di confronto diretto. Anche fuori dallo sport è un termine ricorrente in molte attività umane. Curiosamente mi viene in mente un parallelismo riguardante il controllo fra gli scacchi e l'Aikido, apparentemente così distanti, che invece non mi viene fra l'Aikido e il Judo. Ma questo, forse, sarà il tema di una riflessione futura....o forse no.

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14 gennaio 2013

Modelli

Non esistono sistemi o modelli che prescindano dagli assiomi.
Matematicamente è ovvio.
Socialmente altrettanto.
Dovrebbe.
Non lo è.

Recentemente mi capita di confrontarmi con un "ultra liberista", se così possiamo dire, che ovviamente vede il mondo in modo diverso da me.

Il modello che lui sostiene, dal mio punto di vista, ha già fallito. Più volte. Le prima già nell'800. Poi si è affinato, mascherato, mescolato, evoluto nell'aspetto, ora più accettabile, modificato nella sostanza, ora meno pura ma non più accettabile.
Lui la sostiene, io no. Ma capisco il fascino astratto che può esercitare.

Molti altri modelli economici hanno fallito, altri non ancora, altri oggi sembrano floridi. Ciascuno ha le sue "zone del mondo". E ha anche le sue "zone d'ombra".

Ciascuno sostiene il suo modello preferito, indipendentemente dagli assiomi.
"Se in Italia facessimo come in ....", "Se adottassimo il modello ....".
Se....non funzionerebbe probabilmente un cazzo.

Non sono uno scettico, penso solo che non esista nessun modello che possa prescindere dagli assiomi.

Gli assiomi sono le persone. O meglio, la mentalità emergente, delle persone.
Lo si voglia chiamare "senso civico", "morale comune" o altro...le masse hanno comportamenti emergenti che dipendono dalla loro mentalità, che a sua volta è influenzata dal contesto, e quindi dal modello attuale (benedetta dialettica).
Il cane si morde la coda. Non proprio...è solo che tutto dipende dalla solita variabile T, il tempo.
Qualunque modello che abbia l'obiettivo di non tracollare non può prescindere dagli assiomi attuali.
Si chiami liberismo spinto, non può convivere con una mentalità padronale che ha più dell'aristocratico che del borghese, si chiami stato sociale, non può certo convivere con una mentalità per cui essere parassiti dello stato è un obiettivo morale consolidato.

Bisogna educare. Educarci.
Con un modello che mostri la direzione, senza dubbio.
Con ciò che è preposto all'educazione e all'istruzione....a cui però si continuano a tagliare i fondi.

Ma per educare a un certo modello, bisogna prima aver deciso il modello.
Il cane si morde la coda. Ancora.
Per rompere il cerchio servono piani a lungo termine, una stabilità di vedute che generi una stabilità politico/dirigenziale.
Questo manca.
La lungimiranza.

Figli del nostro tempo, guardiamo al nostro orticello oggi, invece che a come sarà il campo che lasceremo alle generazioni future.
Un egoismo incommensurabile.

E ancora una volta mi viene da pensare che quando ci vuole una scossa, è meglio una scossa forte non ottimale che una statica alternanza che produce solo una fastidiosa vibrazione di fondo.

Però non riesco a pensare che una scossa forte sbagliata sia un bene e neppure che sia accettabile. Così mi trovo anche io a vibrare, senza direzione apparente...
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8 gennaio 2013

Volerlo

Il mio fu maestro di Aikido (di cui non ricordo il nome, ma ricordo molte altre cose, ben più importanti) un giorno durante una lezione ci fece fare una semplice prova.
Una persona mette la mano aperta stesa per terra, l'altra le appoggia sopra le mani e ci appoggia sopra le sue mettendoci tutto il suo peso, ma senza "trattenere".

"Ora alzate la mano", disse a  chi aveva la mano sotto.
Nessuno, ovviamente, ci riuscì, pur provandoci. Pur volendolo.
"Ora alzatevi, e non pensate a liberare la mano, alzatevi e basta".
Sguardi perplessi: come ci si può alzare senza liberare la mano, ancorata al pavimento?!?
Ci provammo. Ci alzammo. Tutti.
"Se focalizzate l'attenzione sul liberare la mano, fate forza sul braccio, e nessuno di voi ha un braccio abbastanza forte da poter alzare, in quella posizione, il peso di un'altra persona. Se però vi alzate, il braccio, necessariamente vi segue, e nessuna persona pesa così tanto da poter tenere giù la vostra mano senza afferrarla. In quel momento la vostra mano ha la forza di tutto il corpo che si alza, che è più forte delle braccia di chi vi trattiene".

Quella fu una delle tante lezioni di Aikido illuminanti per la mia vita.
La dimostrazione e la lezione in sé non hanno ovviamente nessun valore fuori da una palestra.
L'intelligenza è quella che ci permette di astrarre e capire, con un piccolo sforzo, il principio generale. In seconda istanza, con una maggiore astrazione, si passa a un livello superiore, e diventa evidente che non si parla di mani e pesi.

Si parla di parti e di tutto, di particolari e di insiemi.
Di volontà e di azione.

Voler fare una cosa è la base per riuscire a farla. Ma a volte ci si scontra con degli ostacoli insormontabili (troppo pesanti? troppo alti?). Quello è il momento in cui bisogna cambiare prospettiva e farla e basta. O farne una che la causi come effetto collaterale necessario.

La volontà tiene il timone e lo deve fare, sempre, ma non è un motore inesauribile. Noi siamo di più. Incomparabilmente.

Farlo e basta, volendolo fare.
Inarrestabile.

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12 dicembre 2012

Punteggiatura e incomprensioni

Quando leggo qualcosa mi piace assaporare le parole, sentire il ritmo che fluisce, capire il significato esplicito, intuire il significato implicito, collegare e connettere i concetti. Mi piace entrare in sintonia con il periodare dell'autore!
Le parole sono importanti!
...la punteggiatura anche.
Capirsi passa attraverso l'uso delle giuste parole inserite in frasi complesse, ritmate dalla punteggiatura.

Litigare è un po' come sbagliare la punteggiatura della propria vita insieme. Non parlo necessariamente di coppie, ma anche di amicizie e di rapporti umani più blandi.

Quando all'interno di un paragrafo compare, inattesa, una virgola dove palesemente non ci andava, il ritmo si rompe e il significato traballa, magari si perde. Se non quello esplicito, almeno quelli impliciti.
All'interno di una pagina ben scritta una virgola di troppo può passare inosservata, o magari esser notata e subito dimenticata.
Quando ne compare un'altra, altrettanto inattesa, nel paragrafo successivo, l'intoppo comincia a farsi sentire: l'intera pagina inizia a traballare.
Se ogni paragrafo contiene pause che io lettore non capisco, snodi intellettuali che mi sfuggono, perdo prima il ritmo, poi le sfumature e alla lunga anche il significato di quello che leggo.

Non parlo di punteggiatura "sbagliata": uso la parola inattesa apposta.
Io sono consapevole di avere un uso non canonico della punteggiatura. Un abuso intensivo e volontario della sospensione.
Ma la punteggiatura è comunicazione.
Ci sono degli errori, certo, come in tutto ciò che è codificato (e a volte gli errori comunicano). Più spesso ci sono delle sfumature di significato, delle impronte di ritmo, dei....significati sottesi che nessuna parola può esprimere: solo la durata e la forma della sua assenza, del silenzio, possono.

Un "errore" di punteggiatura crea una incomprensione dove le mere parole erano comprensibili e condivisibili. Lì, per me, inizia il litigio.
Non si litiga quando non ci si intende: prima si cerca una nuova forma di comunicazione.
Di solito non si litiga quando non ci si condivide: più facilmente ci si separa vivendo realtà parallele (a meno di non essere come 2 ragni chiusi in una boccia di vetro, obbligati al continuo confronto senza possibilità di coesistenza).
Si litiga quando ci si capisce e ci si fraintende allo stesso tempo. Quando le parole sono chiare, il significato esplicito è almeno intuibile, quello implicito è totalmente frainteso. Quando la punteggiatura è totalmente "sbagliata", nel senso di non condivisibile fra le parti.

E allora torno indietro: è normale che qualche virgola scappi e qualche punto di troppo alteri la nostra comprensione dell'altro e della storia della propria vita insieme.
Quando sono pochi sono stimolanti, almeno se e quando portano al confronto e all'approfondimento dei significati.
Quando diventano molti il confronto diventa scontro...il ritmo si perde, la lettura si inceppa; la bella trama va sullo sfondo a causa di una forma che la rende difficile da capire e da seguire, le finezze dell'intreccio si perdono.
Quando diventano troppi, non si capisce più cosa si legge. Non si capisce più perché lo si legge. Si smette di leggere e si ripone il libro. Il litigio che porta alla definitiva incomprensione, dove il litigio, finalmente, si spegne, non più alimentato. Se poi gli "errori" sono all'inizio del libro, ne bastano pochi per farci perdere il senso della lettura: senza contesto è facile fraintendersi. Senza appoggiarsi sulle spalle del gigante che è la nostra storia con l'altro è automatico rendersi conto che siamo solo dei miseri nani. Se capitano molto avanti, a volte il gigante del passato ci fa (fra)intendere il significato di frasi altrimenti incomprensibili e litigare dove non avrebbe potuto, senza storia, esserci comunicazione.

A volte capita di aver la fortuna e la voglia di poter dialogare con l'autore mentre sta scrivendo. Tipicamente si prova a fargli usare la punteggiatura come la vorremmo. Lo facciamo un po' tutti, in qualche misura, quando possiamo. Io sicuramente lo faccio spesso benché mi sforzi in continuazione di non farlo! Il risultato migliore che si può ottenere è quello di rendere lo scrittore frustrato perché limitato nel suo esprimersi ed il capitolo successivo del libro artificioso...se si è abbastanza ciechi ed egocentrici questo risultato arriva senza accorgersene. Si chiama ugualmente prevaricazione.
Con un po' di sforzo, si può cercare di capire, invece, il perché di quell'uso "inatteso" della punteggiatura. Di solito non cambia il fatto che il ritmo ci risulti spezzato, però a volte si capiscono i significati sottesi. Si cresce insieme all'autore. Perché capire le sfumature di un altro, sfumature che prima non riuscivamo neppure a intuire, ci arricchisce anche al di là della mera comprensione di qualche significato in più.

Certo se poi non piace, non piace....e il libro lo si molla lì.
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17 maggio 2011

Filosofia da strada

Un paio di mesi fa Formigoni era ospite delle invasioni barbariche. Lucia ha seguito l'intervista nella sua interezza, io solo nelle battute finali. Alla fine dell'intervista lei ha espresso apprezzamento per quello che era stato detto e per l'intelligenza di Formigoni. Al di là delle mie convinzioni politiche, morali e religiose, sarei intellettualmente scorretto se non riconoscessi l'intelligenza del personaggio. La settimana dopo ho visto don Gallo, sempre alle invasioni barbariche e a breve distanza 2 preti (a mio avviso entrambi casi atipici) ad exit, uno pro e uno anti berlusconi.

Ho meditato a lungo di scrivere un post sul fatto che con certe persone non sono d'accordo neppure quando sono d'accordo. Questa frase enigmatica che adesso spiego si adatta abbastanza bene sia ai preti che ai fascisti, ma per motivi diversi. Il senso comune in entrambi i contesti è che anche quando arriviamo alle stesse conclusioni pratiche e pragmatiche (siamo d'accordo), ci arriviamo con percorsi diversi e soprattutto con fini diversi (non siamo d'accordo). In una concezione di continua evoluzione le nostre strade sono diverse ma a volte si intersecano, quindi ci sono punti di contatto ma arriviamo da luoghi diversi, diretti in luoghi altrettanto diversi.

Ho riflettuto su questo argomento cercando similitudini e analogie che spiegassero il concetto e provando a delineare dei valori differenti che giustificassero la mia conclusione.
Non è difficile trovarli.
Mi sono però accorto che stavo mancando il problema, soprattutto nel mio rapporto coi preti o con le persone che seguono motivazioni religiose.
La chiave di lettura mi è apparsa chiara pochi giorni fa parlando con dei colleghi, uno dei quali religioso, l'altra un po' nel limbo.
Il nocciolo del discorso, alla fine è uno solo: io non credo in nessun valore assoluto, chi crede nel dio cristiano sì (credo che tutte le maggiori religioni abbiano in comune questa necessità di "assoluto" ma non voglio entrare in un vespaio).

Nella mia visione dell'esistenza non esiste "il bene", "il giusto", "il bello", così come per contro non esistono "il male", "l'ingiusto" e "il brutto".
Per contro esistono "il bene secondo me in questo momento", che potrebbe anche essere casualmente identico al "bene secondo te adesso", ma potrebbe anche non esserlo e comunque non sarà uguale al "bene secondo me domani" (nota il "secondo me" e non "per me", ciò il punto è sull'osservatore non su chi ne trae beneficio).

Questa apparentemente piccola differenza si traduce nella dicotomia fra il trovare giustificazione alle proprie azioni dentro di sé o fuori di sé.
Se non accetto "il giusto in sé", ma solo "il giusto secondo me adesso", le mie azioni non possono essere mosse da altri (umani o divini) e cristallizzate per l'eternità. Chi mi parla di valori assoluti e immortali per me sta parlando di una cosa altrettanto interessante che "la bella addormentata nel bosco".

Io non posso (e non è che non vorrei o non sarebbe più facile, è solo che proprio non posso) accettare nessuna giustificazione, positiva o negativa, fuori da me, perché non riconosco sostanzialmente nessuna verità superiore ad un'altra, quindi nessuna verità è superiore alla mia. Né, per contro la mia è o può essere superiore ad un'altra.
Al più io posso essere più forte sotto un certo aspetto in un dato momento e imporre la mia verità su quella altrui. Pur consapevole che una volta imposta a terzi non sarà più "la verità secondo me in quel momento", ma l'altrui visione della mia verità (che il più delle volte è una imitazione dilettantesca dell'originale).

Questa concezione ovviamente mi facilità molto nel concepire che altri abbiano una loro visione di bene/male, giusto/ingiusto, bello/brutto. Purtroppo mi porta anche a dare per scontato che si illudano quando credono che avendo trovato persone con idee simili questo significhi che esiste una idea assoluta di queste idee.

 Forse il mio grosso limite è non riuscire a vedere l'infinito, l'assoluto. Forse il mio grande pregio è non credere alle favole.
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18 giugno 2010

Acronimi e filosofia

L'informatica si è evoluta in modo strano.
Centinaia di acronimi l'hanno sempre popolata, rendendo la vita difficile ai non addetti ai lavori, ma non rendendola facile neppure a chi ci vive in mezzo, perché ci sono troppi acronimi e alcuni sono ripetuti in contesti diversi con significati diversi. Delirio.


In qualche momento di questo gioco di follia collettiva sono arrivati anche gli acronimi ricorsivi, perché visto che era già una giungla intricata, perché non provare a farla diventare un mega parco giochi per nerd?!?


In un altro momento si è iniziato a fare anche filosofia informatica per acronimi. In questo modo sono nati 2 principi interessanti che mi piace portarmi dietro come compagni di viaggio nella mia carriera, sempre meno brillante (e non certo per causa mia), di programmatore.


Due, dicevo: KISS e DRY. Il primo è una filosofia di vita, più che informatica, e significa Keep It Simple, Stupid.
Riporto da wikipedia: "The KISS principle states that simplicity should be a key goal in design, and that unnecessary complexity should be avoided."
Il problema di questo principio è che è espresso da nerd per nerd, mentre dovrebbe essere un principio generale ed inalienabile della vita di tutti i giorni.


I pipponi sono divertenti, quando sono fatti per il gusto di farli, tutti gli altri scopi andrebbero evitati.


L'altro, DRY, sta per Don't Repeat Yourself. Non ripeterti. Non è che siamo tutti Paganini, il significato è un po' diverso: la verità deve restare coesa, non sparpagliata in più punti, se questi rischiano di andare alla deriva sino a contraddirsi fra di loro. In informatica è un principio fondamentale, troppo spesso dimenticato. Se chi ci lavora lo infrange troppo spesso, non stupisce certo che il nostro governo lo ignori completamente.


Giusto per non lasciare questo parallelismo con la nostra disastrata vita politica abbandonato nel nulla, a proposito di KISS, pare che Antoine de Saint-Exupéry abbia detto (non so in che lingua in originale, quindi bisogna accontentarsi dell'inglese) "It seems that perfection is reached not when there is nothing left to add, but when there is nothing left to take away", che suona più o meno così: la perfezione non si raggiunge quando non c'è più nulla da aggiungere, ma piuttosto quando non c'è altro che si possa togliere.
Ecco, guardando il nostro parlamento, in relazione a chi c'è seduto, lo vedo drammaticamente lontano dalla perfezione...





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24 ottobre 2009

Porgi l'altra guancia?

Uno degli insegnamenti più spettacolari della religione cattolica è il celebre "porgi l'altra guancia".
Lo chiamo spettacolare perchè è scenico, un po' aulico, e di sicuro effetto. Non è un complimento, ma neppure una critica, giusto una considerazione su come si presenta.

In teoria permea buona parte della nostra cultura. In qualche modo dalla teoria si passa spesso alla pratica anche senza un esplicito consenso conscio, come effetto di un background culturale.
A volte, ovviamente, no.

Per molti versi sembra un insegnamento di tolleranza dal sapore pacifista che difficilmente si può criticare. Io, però, non sono completamente d'accordo.
Lo spirito con cui è detto è probabilmente positivo, eppure qualcosa non mi piace: porgere l'altra guancia significa darla vinta, significa sopportare un sopruso avvallando di fatto un comportamento scorretto.
Ci sono mille contesti in cui questo principio è un fondamento importante del vivere comune.
Ci sono circa altrettanti contesti in cui un tale atteggiamento è deleterio per chi lo pratica, per chi lo subisce e per tutta la società intorno.
Un comportamento simile deve essere ponderato con attenzione, in funzione del contesto.
D'altro canto non saper porgere l'altra guancia è sintomo, se non di pochezza di spirito, sicuramente di debolezza interiore e insicurezza, questo sì.

Non bisognerebbe porgere sempre l'altra guancia ma saper sempre porgere l'altra guancia, arricchirsi di una opzione in più, non necessariamente sceglierla sempre.
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