1 settembre 2016

Fertility Day: come lo leggo io

Impazza la bufera sul Fertility Day, tanto che il sito è giù, escluso uno splash screen in homepage.
La campagna aggressiva del ministero della salute ha raccolto una quantità di critiche enorme. Che c'è di nuovo? In Italia quasi qualunque campagna comunicativa delle istituzioni viene lapidata nella pubblica piazza, sia quando è sbagliata che quando è giusta: del resto criticare è facile, visto che fare campagne perfette è impossibile, e c'è chi lo fa di professione riuscendo bene a farsi seguire dalle masse.
Detta così è ovviamente semplicistica.

Cosa dice la campagna del Fertility Day? Sin dal nome traspare che l'obiettivo primo non è la natalità ma la fertilità, anche se la natalità è sicuramente fra gli obiettivi secondari. Le critiche però sembrano aver riletto tutta la campagna come se fosse un invito alla procreazione, una sorta di "figli alla patria", di memoria fascista.

Prima ci capire il messaggio, bisogna partire dal dato: perché una campagna sulla fertilità? Perchè in italia nel 2012 ci sono stati 90mila interventi di procreazione assistita, di cui oltre il 60% a carico del servizio sanitario nazionale e comunque rientrano fra le spese deducibili ( http://www.tasse-fisco.com/persone-fisiche/quali-spese-mediche-deducibili-carico/4746/ ). Sempre nel 2012 il 2,2% dei bambini nati è passato attraverso la fecondazione assistita ( http://www.fecondazione-assistita.net/statistiche-e-dati-della-procreazione-medicalmente-assistita/ ). A leggere il dato riportato dallo stesso Fertility Day, 1/5 delle coppie ha problemi di fertilità. Cioè una coppia di amici ogni 5 ha questo problema. Il numero, col dovuto rumore dato dai piccoli numeri, mi torna.
I costi nelle strutture non sono facili da capire, ma si parla di valori che partono dai 2000 euro a trattamento e arrivano spesso a totali oltre i 10000. Viene da immaginare che al di là di chi paga, nel pubblico non possa costare molto meno, quindi di fatto stiamo parlando circa 500 mila -1 milione all'anno, più tutti quelli spesi all'etero, dato che non è facile da trovare con il tempo che posso investire nella ricerca.
Si tratta cioè di una spesa solo in Italia che assomiglia al 2% della spesa che andremmo a risparmiare per il senato con la riforma costituzionale proposta: varrà bene qualche volantino (è una provocazione, ovviamente, ma serve per dare l'idea).

Per chi ha fame di numeri, qui ce ne sono quanti se ne vuole: http://www.iss.it/rpma/index.php?lang=1&id=131&tipo=17

I soldi, però, non la vera spesa del problema fertilità, infatti non è possibile quantificare in denaro il disagio per una coppia che si sottopone al trattamento, spesso per periodi prolungati, con stress e disagi che implicano anche spese a loro volta non quantificabili. E questo percorso arriva dopo la frustrazione del non riuscire a farne a meno, del sentirsi diversi, inadatti, sbagliati.

Il costo economico è alto, quello sociale è altissimo*.

La campagna colpisce chiaro in quei punti dove fertilità e salute si sovrappongono. Lo fa così**:



Poi attacca l'accidia di chi lo vorrebbe ma preferisce farsi ancora una vacanza a Ibiza, sfoggiare un fisico perfetto o semplicemente lascia scorrere il tempo all'infinito:



Quella sul figlio unico è un po' feroce, ma sono solo io che ricordo persone che dicono frasi tipo: "vorrei avere quattro figli, ma non voglio iniziare da giovane tanto al giorno d'oggi si fanno figli sino a 50 anni".
Non manca poi l'importantissimo manifesto per spostare il focus dalle donne verso gli uomini, attaccando un machismo che spesso impedisce di identificare e risolvere il problema clinico, non sociale, anche se causato da quello sociale di una società drammaticamente maschilista:



Un po' come dire: "stronzo, non sei eterno e comunque non sei superman". Ecco, prima lo capiamo e meglio è.

Sin qui il messaggio è chiaro. Da notare e apprezzare la totale assenza della famiglia tradizionale dai messaggi, che segna un vero cambio di marcia della comunicazione in italia.
Non si parla mai della relazione fra i genitori: un passo avanti insperabile solo pochi anni fa, quando c'era il family day. Eppure sarebbe costato poco metterlo e avere l'appoggio di una comunità cristiana assai retrograda, ma numerosa e presente.
Onore al merito: il riferimento non c'è.

Però c'è un riferimento al bene comune e uno alla natalità (procreazione) che ha portato moltissimi a leggere il resto della campagna in questa chiave:


Per la verità, a volerle leggere per bene dicono che lo stato è al tuo fianco, la società pure, ma non fare il minchione: io nell'ultimo spot ci leggo un "non fare figli tanto per farli, la procreazione deve essere cosciente e responsabile", però effettivamente è opinabile.

Io nel fertility day ci leggo questo. Credo di essere abbastanza istruito da non aver ricevuto nessun messaggio utile da questi manifesti, ma credo che sia una buona iniziativa informare, anche con un po' di violenza. 

Io però non sono in target, visto che ho già 2 figlie. Ma chi invece il problema di fertilità ce l'ha già, magari oltretutto non causato da cattive abitudini (vedi il riferimento ad alcol e fumo)? Qui il messaggio fallisce, perché è totalmente assente il messaggio che lo stato è al tuo fianco***. 
E chi un figlio non lo vuole? In teoria la campagna non dice nulla a riguardo, dice che se lo vuoi è il caso che ci pensi da giovane (immagino l'obiettivo sia portare la media del primo figlio nuovamente entro i 30 anni, miraggio ormai lontano se non fosse per gli immigrati). In pratica però dicendo che è un bene comune, la campagna sottende che chi non vuole procreare, sta sottraendo qualcosa al paese. A onor del vero dice che la fertilità è un bene comune (e lo è, sia clinicamente che socialmente), non che lo sia la procreazione. 


Insomma formalmente la campagna è corretta, secondo me, ma presta il fianco alle critiche, che spesso però partono dalla volontà di leggere quello che si vuole leggere invece che quello che c'è scritto...




*dov'è questa gente su facebook, si chiederanno i soliti bontemponi amanti dei social? Per taboo, per cultura o per motivi personali di privacy, spesso non viene sbandierato il fatto di fare ricorso alla fecondazione assitita. Per trovare la voce immensa di queste persone bisogna andare nei blog di settore, dove non c'è l'associazione immediata fra utente e persona e non c'è il rapporto coi conoscenti e i parenti (entrambi spesso giudicanti, come se ci fosse una colpa...stramaledetta cultura cattolica).
Lì si vedono migliaia di thread che straripano di discorsi, Su facebook no, o solo su gruppi chiusi, dove non sono pubblici. Eccla questa minoranza silenziosa.

** le varie "cartoline" sono dei lanci per gli articoli di approfondimento sul sito, ma il sito è attualmente irraggiungibile a causa delle polemiche sulla rete.

*** del resto poco difendibile, visto che il supporto, che pur c'è, è nazionalmente inadeguato e solo alcune regioni sono veramenete a fianco del cittadino (toscana e lombardia in testa, ma non può essere un tema trattato a livello regionale).
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31 agosto 2016

Un pranzo e dei buoni commensali

Sono questi gli ingredienti che mi danno gioia e mi fanno sentire vivo, felice di essere in mezzo alle persone e lontano dalla gente. Raccontare cose senza senso mettendo nella condivisione del punto di vista il significato, scherzare su un mondo buffo come se non ci fosse quello amaro e poi con quel sorriso ancora impressi affrontare il lato brutto delle cose. Passare del tempo consapevolmente, invece che semplicemente invecchiare inconsapevoli, creare ponti e contatti, mescolare storie, attraversare incroci improbabili.
Guardare video stupidi alla televisione o parlare di zingari e razzismo. Scontrarsi per rimbalzare, scontrarsi per incontrarsi.
Selezionare i raccontastorie ma non la sceneggiatura, cambiare registro e mescolare le carte in tavola, Lasciarsi stupire dal diverso senza temerlo, spendere del tempo con grandi e bambini come se, per pochi attimi, fossero tutti membri alla pari della stessa tribù.

Mi piace preparare i momenti e poi non governarli, mi piace seguire il flusso di una buona situazione, mi piace sentirmi a mio agio nel poter dire le mia e anche nel non dirla. Mi piace quando un errore diventa uno scherzo, mi piace quando si può andare due parole troppo in là e poi recuperare. Mi piace anche non sapere dov'è il troppo ed esplorarsi sino a scoprirlo. Non sono mai stato buono a stare fra la gente, ma mi piace stare con le persone, mi piace quando pensano cose che io non penso, mi piace anche quando mi dà fastidio quello che pensano ma lo vivono in modo organico. Mi piace non sapere cosa aspettarmi e mi piace immaginare cosa pensano gli altri e vedere se indovino. Mi piace giocare a leggere le persone che conosci e anche quelle che non conosci. Mi piace ricredermi.

Mi piace farlo mangiando assieme, condividendo uno dei principali momenti animali. Mi piace parlare con le teste umane e condividere con loro gesti animali. Mi piace ricordarmi che non sono che una scimmia poco pelosa. Mi piace vedere chi si atteggia a non esserlo.

Mi piace ripensarci quando è finita, rielaborare le voci e rivivere i momenti. Mi piace poi stare per i cazzi miei o ridurre il contesto a pochissimi intimi, o anche no...
Ho bisogno anche di un circolo ristretto, ma amo allargarlo per qualche ora ed espandermi io stesso con esso, purché non si allarghi troppo, perché fra la gente mi perdo e non sto bene.

Questo mi serve per vivere bene, in prima istanza.

...e sì, anche del buon vino.
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30 agosto 2016

CORS, apache e jQuery, ovvero "il triangolo di ajax"

Cosa sono le chiamate CORS? 

Le chiamate CORS (cross-origin HTTP request) sono da sempre una bestia nera di cui il programmatore medio del web sa poco o niente.
Nella sostanza si classificano come chiamate CORS tutte le chiamate a servizi che risiedono su un dominio differente da quello della pagina che origina la chiamata.

Se dalla splendida homepage del mio sito:
http://miosito.mio/index.html
voglio chiamare un servizio sul server del mio amico all'indirizzo:
http://serverdelmioamico.suo/servizio.php

La chiamata tipica ad un servizio tramite ajax con jQuery è:
  $.ajax("http://serverdelmioamico.suo/servizio.php",
    {data:jsondidati,
     success:function(data){ //qualcosa col risultato}
  });

questa chiamata ricade nella categoria CORS.
Cosa significa? Che il browser la effettua, la chiamata arriva al server che la elabora e invia la risposta, il browser riceve la risposta e....la scarta.
Perché? Perché di default le chiamate CORS sono disabilitate dal browser e dal server, per motivi di sicurezza.


Come si abilitano le chiamate CORS?

Servono 2 interventi, uno sul client e uno sul server. Il client deve dichiarare di fare una CORS, il server deve acconsentire al client dicendo esplicitamente che acconsente alla richiesta.
Spezziamo quindi l'intervento in 2 parti.

Abilitazione sul client (jQuery)

Il client aggiunge un parametro che consente a jQuery la corretta gestione della chiamata, in termini di header inviati e gestione della risposta. La chiamata usata sopra a titolo d'esempio, diventa:

  $.ajax("http://serverdelmioamico.suo/servizio.php",
    {data:jsondidati,
     success:function(data){ //qualcosa col risultato},
     xhrFields: {withCredentials: true }
  });

Perché questo funzioni è opportuno usare almeno la versione 1.5.2 di jQuery, cosa che, di questi tempi, è assai probabile, ma in caso di vecchio codice da estendere potrebbe non essere scontato.

Abilitazione sul server (Apache)

Prima di tutto è indispensabile abilitare il modulo headers di apache (a2enmod headers su debian e ubuntu).
A questo punto la via semplice, se tutto funziona, è aggiungere un header sul server. Assumendo che si tratti di apache 2.4, l'operazione è piuttosto facile. Nel VirtualHost, o nel file ".htaccess" basta aggiungere la riga:

Header set Access-Control-Allow-Headers "*"

I dettagli sono qui (http://httpd.apache.org/docs/current/mod/mod_headers.html)*.
Nella sostanza questa riga imposta all'header della risposta una informazione che dice: non importa chi mi chiama, a me va bene comunque, browser caro, mostra pure la risposta.

Questa operazione apre il servizio a tutti i chiamanti, senza restrizioni. Per fare in modo che le chiamate siano limitate a quelle provenienti da pagine del server "http://miosito.mio/", la riga dovrà essere:
Header set Access-Control-Allow-Headers "http://miosito.mio/"

Giusto per stare sicuri si possono aggiungere queste 2 righe

Header add Access-Control-Allow-Headers "origin, x-requested-with, content-type"
Header add Access-Control-Allow-Methods "PUT, GET, POST, DELETE, OPTIONS"

Che dovrebbero essere autoesplicative, ma nel dubbio dicono che si permette l'accesso se la chiamata arriva con uno degli header e uno dei metodi elencati fra virgolette.

Purtroppo l'intreccio delle regole di chiamata fa si che questa base non sia sufficiente se vogliamo che il chiamante non sia limitato ad una sola origine (cioè se siamo nel caso in cui ci serve "*" invece di un nome server specifico).
La richiesta withCredentials infatti richiede che Access-Control-Allow-Headers abbia come valore il server d'origine e non un wildchar ("*"), ma togliendola il server non manda l'header per abilitare la CORS.
Quindi serve un piccolo sforzo in più lato server, una volta per tutte.
Il server deve leggere il,l'origine del chiamante (comprensivo di protocollo e porta) e usarlo per impostare l'header di risposta.
Questa operazione, apparentemente ardua, si risolve in realtà con uno sforzo piuttosto piccolo (a sapere come), basta tramutare la nostra riga in:

SetEnvIfNoCase Origin "https?://(www\.)?(.*)(:\d+)?$" ACAO=$0
Header set Access-Control-Allow-Origin %{ACAO}e env=ACAO

Questa diavoleria legge l'header Origin, controlla se ha l'aspetto indicato (che poi è qualunque cosa inizzi con http:// o https:// e mette il valore in una variabile (ACAO, visto l'amore degli informatici per gli acronimi).
L'header a questo punto viene impostato con il valore della variabile ACAO, che poi è quello dell'origine.

Giusto per stare sul sicuro si può aggiungere

Header set Vary Origin

agli header restituiti, che serve a gestire alcune situazioni piuttosto particolari, ma visto che male non ne fa, tanto vale averlo.

Il blocco complessivo diventa:

SetEnvIfNoCase Origin "http(s)?://(www\.)?(.*)(:\d+)?$" ACAO=$0
Header set Access-Control-Allow-Origin %{ACAO}e env=ACAO
Header add Access-Control-Allow-Headers "origin, x-requested-with, content-type"
Header add Access-Control-Allow-Methods "PUT, GET, POST, DELETE, OPTIONS"
Header set Vary Origin


Ultima nota: se si vuole aprire ad una serie di server e non a tutti, la riga del SetEnvIfNoCase deve essere modificata di conseguenza. Per fare un breve esempio, se vogliamo che a chiamare possa essere miosito.mio con tutti i suoi domini di terzo livello (es: test.miosito.mio, prova.miosito.mio, blog.miosito.mio, ...) e serverdimiocugino.suo con i suoi domini di terzo livello, la riga diventerà:

SetEnvIfNoCase Origin "http(s)?://(.*\.)?(miosito\.mio|serverdimiocugino\.suo)(:\d+)?$" ACAO=$0

Si tratta (come l'altra, del resto) di una espressione regolare, che si legge più o meno così:
http con o senza "s" seguito da "://", eventualmente qualcosa, ma se c'è deve essere seguita da un ".", (come potrebbe essere "www.", "test." o altro) seguito da miosito.mio oppure serverdimiocugino.suo, seguito eventualmente da un ":" e dei numeri (indicazione della porta).


* Una piccola nota a riguardo per chi giustamente ha scelto di saltare il manuale: "Header set" imposta un header, mentre "Header add" lo aggiunge. Ai nostri fini la differenza è probabilmente nulla, ma i problemi sorgono quando da codice viene già impostato l'header in questione. Nel caso di "add" l'header viene raddoppiato (e alcuni client un po' permalosi non la prendono bene, specie se non hanno lo stesso valore), mentre "set" sovrascrive il valore. Esistono anche "setifempty", che imposta il valore solo se non era già presente e "merge" che prova ad estendere una lista di valori per gli header a valore multiplo.
La realtà è che manipolare gli stessi header a livello di codice di servizio e di configurazione del web server può portare a una serie di situazioni impreviste e richiede un coordinamento che difficilmente si mantiene nel tempo. Sarebbe buona norma quindi decidere a priori quali header siano da impostare a livello di apache e quali a codice, evitando sovrapposizioni, dove non sia strettamente necessario.
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25 agosto 2016

No One Wished To Settle Here

Oggi mi piace pensare che il qui di cui si parla non sia un luogo fisico, bensì concettuale.
In particolare un "qui" artistico, come metafora di un qui dell'anima, troppo astratto per essere identificato.



Ogni volta che ascolto questo brano, mi si illumina dentro qualcosa, entro in risonanza col lo straziante disagio che esprime questo pezzo e, oggetto di una catarsi inevitabile, mi elevo di un gradino, vedendo come tante cose che normalmente trovo molto belle siano in realtà poca cosa a confronto con certe pietre miliari. Mi ritrovo sulla torre d'avvistamento di un muro di confine.
Fuori l'ignoto, dove vanno gli avanguardisti, gli avventurieri, ma anche alcuni disadattati o reietti a modo loro illuminati.
Dentro i territori conosciuti e colonizzati, ricchi di agi, dove le sfide sono mitigate da un contesto accogliente quanto ovattante.
La zona di confine è un luogo particolare, perché da lì si può osservare il selvaggio mondo inesplorato, restando riconoscibili e a contatto con chi vive entro i confini.

Nessuno ha voluto insediarsi qui, sui territori di confine.

inconsistenti miraggi.
Inizia quindi per i grandi, quelli veri un percorso che va oltre la frontiera e li porta in territori inospitali, da cui magari torneranno, ma saranno così cambiati da non essere più quelli che erano arrivati alla grandezza comunicabile. In genere quando tornano sono dei "selvaggi" che hanno scelto di tornare all'agio, ma ci staranno per sempre stretti, ma accettano di restare delle copie sbiadite di loro stessi, in cambio della quiete dei luoghi noti.

Alcuni ci arrivano con uno sforzo incredibile, una volta nella vita, e non sono in grado di restare lì, ma non perché non possano, bensì perché non vogliono sostenere l'immenso sforzo dell'anima che è partorire un'opera immortale, restare sempre con un occhio sulla vastità oltre il confine senza attraversarlo.
Si ritirano, allora, in territori meno gloriosi, illuminati comunque dalla grandezza a cui sono giunti almeno una volta nella vita e contemporaneamente sollevati dal peso che deriva dalla creazione di capolavori unici.

Nessuno vuole insediarsi qui, in questa landa di confine.
Nessuno l'ha voluto fare.
Il confine estremo non è un luogo dove insediarsi: o si va oltre in un viaggio d'esplorazione in cui ci si potrebbe anche smarrire o si torna indietro.

No One Wished To Settle Here.

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5 maggio 2016

Riflessioni su ciò che si dovrebbe

La mia bella è solita nelle sue frasi esprimere opinioni sul comportamento degli altri. Credo sia un comportamento normale (al di là del come e quanto esternarle) quello di avere opinioni sugli altri e sulle loro azioni.

Ascoltandola mi sono reso conto di alcune sfumature che mi hanno aiutato a capire degli snodi di ragionamento importanti. Lei usa spesso il "dovrebbe" riferito al comportamento dell'altro, ma in generale quel dovrebbe può avere almeno 2 sfumature distinte: dovrebbe nel senso che mi aspetto che lo faccia o dovrebbe nel senso che ritengo "giusto" che lo faccia.
Lei usa spessissimo la seconda accezione, mentre io sono più portato ad usare la prima, anche se sporadicamente uso anche la seconda. Questa differenza mi porta a riflettere sul rapporto con "l'Altro", con la a maiuscola, ciò che è fuori da me.

Io mi aspetto un comportamento dall'altro basato su come lo conosco, cioè al di là del mio giudizio: analizzo (parola fondamentale nel mio modo di rapportarmi a tutto) ciò che è fuori da me, cerco di capire le sue dinamiche. In questa fase non c'è (ancora) un giudizio di alcuna natura, ma solo una osservazione, volta a capire i comportamenti dell'altro e da questo dedurne gli schemi di pensiero e i dogmi su cui fonda la sua visione del mondo. Su questa base mi diverto a crearmi dei film sul percorso che abbia portato l'altro a diventare quello che è, ma restano dei divertissement, senza alcun valore né analitico né morale.
Questo uso del dovrebbe è "previsionale". Solo in seconda istanza può diventare giudicante: una volta arrivato a prevedere come si comporterà posso (o anche no) dare un valore morale a questa azione ipotetica.

L'altro approccio è quello di osservare l'altro in virtù delle sue differenze da me (cioè in generale dall'osservatore) o da un ipotetico "giusto"*. Osservo ciò che l'altro dovrebbe fare in base a ciò che la mia morale mi dice che dovrebbe fare e mi costruisco un percorso virtuoso, pertanto ritenendo "buono" chi fa ciò che dovrebbe fare e "cattivo" chi non lo fa.
La mia opinione morale dell'altro osservato mi porta a prevedere se si atterrà al giusto o meno.
Questo uso del dovrebbe è "giudicante" e solo marginalmente può essere "previsionale", poiché la mia previsione dipende dal mio giudizio morale dell'osservato ed è secondaria rispetto all'identificare ciò che è giusto.
Questo è, tra l'altro, l'uso più comune del "dovrebbe" impersonale: si dovrebbe. In questo contesto l'altro non è osservabile, quindi il condizionale è una declinazione di ciò che è giusto, ma non necessario. L'uso previsionale in questo contesto è il classico "ma": in un dato contesto si dovrebbe fare una certa cosa, ma credo che tu dovresti farne un'altra.
Il "dovrebbe" finalistico è a metà strada: "per ottenere un certo risultato dovresti fare una certa azione" può essere tanto una asserzione assoluta (statistica/morale), quando calata nel contesto dell'adattabilità del percorso all'interlocutore.


Al di là del tema del "triplicata scocciant"di Vadacchiana** memoria, che mi causa a volte un certo fastidio superficiale, il problema che vedo nell'esprimere sempre un'opinione giudicante è che rischia di essere il preludio di un mondo di cloni, culturalmente appiattito sull'io parlante***. Tutti dovrebbero agire come è giusto (ossia come io credo sia giusto), appiattendo la multiculturalità che rende possibile il fatto che più comportamenti possano essere contemporaneamente giusti se visti da diversi punti di vista (o giudicati secondo differenti insiemi di valori).
L'ovvio contraltare è che la visione previsionale è terribilmente asettica, sino alla noia (sì va bene, ci hai azzeccato nel prevedere, ma vorrai prima o poi dire cosa ne pensi o apriamo un sito di scommesse su quello che fanno gli altri?!)


Ecco, tutta questa è una pippa assurda e io indubbiamente dovrei smetterla (almeno sino alla prossima).




*Per gran parte della persone la giustizia è una realtà assoluta che non muta in base all'osservatore e che si basa su un sistema di valori assoluto e oggettivo (cioè il loro...). Va da sé che non condivido una simile oggettivazione dei valori, ma che lo dico a fare?

** Vadacchiano da Vadacca, mio primo docente alle superiori di storia e filosofia, con cui non ho mai avuto una grande affinità culturale, ma che fu immensa fonte aneddottica per gli ormai numerosi anni a venire. Del resto anche Bosi, mio secondo docente al liceo di storia e filosofia non fu per me un grande riferimento culturale, ma fu anch'egli fonte immensa di una ricca aneddottca, meno mitologica di quella Vadacchiana, ma allo stesso tempo più diretta. Raccontati così sembrano uno la prosecuzione dell'altro e per questo mi sento di paragonarli secondo la seguente proporzione: Vadacca sta a Bosi come Totò sta a Boldi.

*** divago un attimo, poi spiego: mi sento di dire che il Marxismo dovrebbe essere considerato come un'aspirazione asintotica e non utopistica. La lotta di classe in realtà non dovrebbe mai essere superata (l'utopia dell'uguaglianza fra le persone), ma ridotta sino a un livello di sopportabilità da parte di tutti gli schieramenti (un'assottigliamento asintotico delle differenze, che non saranno mai annullate), perché è proprio il dinamismo generato dal conflitto fra diversi stili/condizioni di vita a innescare il progresso: il desiderio di qualcuno di stare meglio, che si ottiene mediante una differenza con il resto della popolazione ed il conseguente inseguimento da parte degli altri, che non devono essere lasciati indietro, ma non non potranno mai realmente raggiungere (a meno di non superare ribaltando i ruoli) gli inseguiti.
Giusto per dire che l'appiattimento culturale non fa per me...

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